Scritto oltre duecento anni fa da una ragazza di diciotto anni, il Frankenstein, o il moderno Prometeo, rimane un successo clamoroso che ha influenzato la cultura pop nei modi più disparati ed è stato riadattato centinaia di volte da diversi media. Frankenstein di Mary Shelley è vivo e non solo perché ogni anno qualche regista decide di rimettere in moto il suo mostro, con più muscoli, più CGI e meno poesia. Ora tocca a Netflix con il nuovo film di Guillermo del Toro che dirige Oscar Isaac e Jacob Elordi in un’avventura ispirata al mito della Creatura, con elementi religiosi e tanta azione su uno sfondo gotico.
Ma prima che l’algoritmo risucchi nella sua spirale Frankenstein, o il moderno Prometeo forse vale la pensa ricordare da dove arriva questo mito immortale.
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ToggleMary Shelley: la ragazza che inventò la fantascienza
Mary Godwin cresce nel fervore culturale. Suo padre, William Godwin, è un importante filosofo illuminista, sua madre, Mary Wollstonecraft, invece la pioniera del femminismo inglese. Mary però non conoscerà mai sua madre, che muore di febbre puberale dieci giorni dopo averla data alla luce. Con dei genitori così e introdotta sin da piccina nella cerchia di scrittori che ruotano attorno alla figura paterna, Mary Godwin si affaccia al mondo della letteratura da una posizione privilegiata.

A sedici anni (circa) rimane folgorata dal ventenne ribelle poeta romantico Percy Shelley, frequentatore del salotto di casa Godwin, già sposato e con figli a carico. Si scopre incinta di lui, ma la bimba che porta in grembo muore poco dopo la nascita, nel Marzo 1815. Mary in alcune pagine di diario descriverà un vivido sogno in cui riporta in vita dalla morte la figlioletta.
Rimane incinta una seconda volta, dà alla luce un piccolo Shelley Jr e scappa lontano dalla cupa, umida e vecchia Inghilterra per sfuggire a una serie nefasta di disgrazie e morti, ma soprattutto per allontanarsi dal chiacchiericcio, perché, ebbene sì, Percy è ancora sposato. Si porta dietro la sua sorellastra, Claire Clairmont, ma quella è una altra storia.
Nel loro viaggiare Mary e Percy Shelley, nell’estate 1816, incontrano il poeta Lord Byron e il suo medico-amico John Polidori, che invita i peregrini a soggiornare da lui, a Villa Diodati sulle rive del Lago di Ginevra, in Svizzera. In quella estate – piuttosto insolita, fredda e umida – e precisamente in una notte buia e tempestosa nasce il mostro di Frankenstein. Piccolo ripasso per chi durante le medie e le superiori ha vegetato: Frankenstein non è il nome del mostro, ma quello dello scienziato, Victor Frankenstein. Il povero mostro non ha nome, perché il suo creatore non gli dà neppure quello, un atto di disumanizzazione che anticipa Freud, Kafka e buona parte della letteratura contemporanea.

Percy, Byron e Polidori si impegnano a scrivere storie dell’orrore, con fantasmi, vampiri e quant’altro, Mary invece ha le idee ben chiare. Un giovane studente universitario, ambizioso, desideroso di scoprire il segreto dell’eterna giovinezza, di prolungare la vita, rimane affascinato dal potere dell’elettricità e decide di compiere numerosi esperimenti per riportare in vita i morti. Dopo una serie di clamorosi fallimenti, dà vita (assemblando parti di cadaveri) a un essere umano mastodontico che impara a parlare, pensare e provare sentimenti.
Frankenstein, come Prometeo, crea la vita sfidando Dio-Zeus e pertanto viene punito, ma non voglio svelarvi di più. Non male, per una ragazza di diciotto anni: Mary Shelley inventa la fantascienza prima che esista la parola stessa e scrive un romanzo horror gotico, d’amore tragico, che parla di rifiuto dell’altro, distacco genitoriale, etica e solitudine.
Frankenstein, o il moderno Prometeo – struttura, temi e galvanismo
Il romanzo Frankenstein, o il moderno Prometeo di Mary Shelley ha una struttura narrativa a cornice, cioè, raccontato attraverso più livelli di narratori. La cornice esterna è narrata da Robert Walton e infatti il racconto si apre e si chiude con una serie di lettere scritte da Robert Walton alla sorella Margaret Saville. Walton è un esploratore che, durante una spedizione artica, incontra Victor Frankenstein e le sue lettere fungono da cornice alla storia principale. Al loro interno Victor Frankenstein racconta in prima persona la sua storia: la sua infanzia, gli studi, la creazione del mostro e le tragiche conseguenze delle sue azioni.

A un certo punto la Creatura stessa prende la parola, raccontando a Victor la propria esperienza: la nascita, la solitudine, il rifiuto da parte degli uomini e il desiderio di vendetta. È un altro livello di narrazione in prima persona. Dopo il racconto della Creatura, la narrazione torna a Victor, e infine di nuovo a Walton (la cornice), che riferisce gli eventi finali.
Nel cuore della rivoluzione scientifica di fine Settecento e inizi Ottocento, Mary Shelley crebbe circondata da idee audaci e ante litteram. Figlia della pioniera femminista Mary Wollstonecraft e del filosofo William Godwin, respirava un’aria in cui scienza, filosofia e sperimentazione si intrecciavano. I dibattiti sul cosiddetto principio vitale, quella misteriosa “scintilla” che separa la vita dalla materia inerte animano gli ambienti scientifici di Londra, con medici quali William Abernethy e William Lawrence divisi tra chi crede in una forza vitale esterna e chi sostiene che la vita è semplicemente il prodotto delle funzioni biologiche del corpo.
In questo contesto si inserisce il galvanismo, la teoria nata dagli esperimenti di Luigi Galvani, che nel 1781 osserva le zampe di una rana contrarsi quando vengono toccate da un bisturi conduttore. Galvani ipotizza l’esistenza di una elettricità animale, una forza intrinseca ai tessuti viventi, accumulata principalmente nei muscoli.

Il suo lavoro viene poi esteso dal nipote Giovanni Aldini, che divulga le scoperte dello zio e arriva ad applicare scosse elettriche ai cadaveri umani, come nel celebre esperimento del 1803 sul cadavere di un condannato a morte nella prigione di Newgate a Londra, dove il corpo dell’impiccato George Foster sembra per un istante tornare alla vita.
Il corpo ebbe una violenta convulsione. Si videro le spalle alzarsi sensibilmente e le mani agitarsi e battere il tavolo su cui il cadavere era steso.
Queste dimostrazioni sensazionalistiche impressionarono profondamente l’immaginario dell’epoca, facendo sembrare possibile la resurrezione dei morti attraverso la tecnologia.
Tra le influenze più oscure che avvolgono la genesi di Frankenstein spicca anche la figura di Johann Conrad Dippel, medico, teologo e alchimista tedesco. Si narra che la Mary e suo marito Percy siano stati in visita presso il suo castello, soprannominato il “Castello di Frankenstein”, che domina la città di Darmstadt. Dippel, vissuto tra Seicento e Settecento, è noto per i suoi esperimenti di dissezione e per la creazione di un olio ottenuto dalla distillazione di materiale animale (sangue, cuoio, avorio, corna), una sorta di elisir di lunga vita. Si sostiene infatti che la Shelley si sia ispirata alla figura dell’alchimista per la costruzione del dottor Victor Frankenstein.
Mary legge, inoltre, le opere del chimico Humphry Davy, il quale crede che lo studio della chimica possa fornire spiegazioni sui misteriosi fenomeni naturali quali la conversione organica della materia morta in materia vivente. Egli parlava di un “nuovo influsso” (l’elettricità galvanica) capace di produrre effetti vitali da materia inanimata, quella stessa scintilla che anima la creatura creata dalla Shelley.
L’autrice, dunque, trasforma il sogno di Davy in un esperimento mentale: cosa accadrebbe se un uomo, spinto dal desiderio di migliorare il mondo tramite la scienza, riuscisse davvero a creare la vita? Un concetto che potrebbe condurre gli uomini al disastro.

Il legame tra scienza, creazione e responsabilità etica che Shelley inaugura nel 1818 attraversa tutta la cultura del Novecento, fino ad arrivare a opere come R.U.R. di Karel Čapek (1920), il dramma che introduce per la prima volta la parola “robot”. Come Frankenstein, anche i robot di Čapek nascono dal desiderio umano di dominare la natura e finiscono per ribellarsi al loro creatore. Se Shelley teme la follia di un uomo che gioca a fare Dio, Čapek immagina il mondo industriale in cui l’uomo diventa Dio e perde il controllo della propria creazione.
Dal galvanismo all’alchimia di Dippel, l’eredità di Frankenstein è una lunga riflessione sulla tensione tra conoscenza e limite, vita e artificio. Oggi, nell’era dell’intelligenza artificiale, dell’editing genomico (insieme di strategie terapeutiche innovative che agiscono correggendo gli errori nel DNA), il monito di Mary Shelley suona ancora attuale: la vera scintilla non è quella che dà la vita, ma quella che determina come scegliamo di usarla.
Dalle pagine al grande schermo
Il cinema non ha mai resistito alla tentazione di portare in vita i due archetipi principali del Frankenstein, la creatura, il mostro e lo scienziato ambizioso. Il primo adattamento, un cortometraggio muto, risale al 1910 a opera della Thomas A. Edison Production, ma è soltanto nel 1931 con Frankenstein diretto da James Whale che il mito del moderno Prometeo si diffonde su larga scala ed entra a far parte della cultura pop. L’iconico film in bianco e nero però attribuisce erroneamente al mostro una mente criminale: la creatura, interpretata da Boris Karloff, diventa il volto del male in cerca di vendetta.

Nel 1957 a vestire i panni di Victor Frankenstein è Peter Cushing, nel film a colori La maschera di Frankenstein della Hammer Film Productions, mentre a Christopher Lee spetta il ruolo del mostro. Frankenstein Junior, 1974, è la parodia geniale di Mel Brooks, scritta e interpretata da Gene Wilder. Un omaggio irresistibile ai film horror della Universal degli anni ‘30, girato in bianco e nero per una questione stilistica e per riprendere i toni del film di Whale, utilizzando gli stessi strumenti di scena e le stesse inquadrature.
Il dottor Frederick Frankenstein (Si pronuncia Fronk-en-steen!) eredita il castello del nonno, il dottor Victor von Frankenstein e, nonostante le buone intenzioni, finisce per resuscitare un mostro. Al suo fianco: l’assistente gobbo Igor (Marty Feldman con il suo iconico sguardo), la glaciale Inga, e la terrificante Frau Blücher. Comico, demenziale e irresistibilmente intelligente, il film regala citazioni ormai cult che lo hanno reso un classico immortale. Si può fare!
Nel 1994 Kenneth Branagh dirige l’adattamento più fedele del romanzo, Frankenstein di Mary Shelley, nel quale a interpretare i ruoli di scienziato e Creatura sono rispettivamente il regista e Robert De Niro. Tra gli attori compaiono anche Helena Bonham Carter (Elizabeth Beaufort) e Iam Holm (Alfonso Frankenstein).

Nel 2012 Tim Burton si ispira al romanzo per il suo film d’animazione in stop-motion, un rifacimento del suo stesso omonimo cortometraggio del 1984, Frankenweenie. Victor Frankenstein è un ragazzino appassionato di scienza con un’idea in testa, riportare in vita il suo cagnolino Sparky, morto sotto i suoi occhi.
Una menzione anche a Richard O’Brien, che mette in musica una versione glam rock del moderno Prometeo con il testo teatrrale The Rocky Horror Picture Show, poi ripreso da Jim Sharman nel 1975 e portato sul grande schermo. Qui lo scienziato, il dottor Frank-N-Furter, si veste con corsetti, paiettes e calze a rete e prova a fare Dio dando alla vita Rocky, la perfetta creatura sessuale. O’Brien e Sharman celebrano la libertà del desiderio e la celebrazione della propria identità, in totale anarchia con le “regole” prestabilite dalla società e sinceramente, credo che a Mary Shelley questa interpretazione sarebbe piaciuta da matti.
E ora Guillelmo del Toro (ossessionato dall’idea di voler realizzare il Frankenstein), assieme a Netflix, propone un rifacimento fedele del romanzo. Riprende la struttura narrativa (cornice, Victor, Creatura, Creatura, Victor, cornice) e si focalizza sul mostro dando una caratterizzazione di lui più vicina a quella interpretata da Christopher Lee, un mostro più introspettivo che fisico.

Frankenstein in diversi formati
Per chi vuole tornare alla fonte esistono edizioni splendide del romanzo di Mary Shelley. Di recente pubblicazione è l’edizione dell’Ippocampo in collaborazione con MinaLima, Frankenstein o il moderno Prometeo, ricca di illustrazioni, ritagli pop-up ed elementi interattivi. In edizione cartonata, pagine nere e illustrazione in copertina in rilievo, è l’edizione della Giunti, ben fatta e più a portata di portafoglio.
Per chi legge in inglese, l’edizione della Anaconda Verlag è un piccolo gioiellino, così come le edizioni della Penguin, dalla versione più economica a quella più curata esteticamente con copertina rigida, note e introduzione del regista del Toro.
Di versioni del Frankenstein illustrate ve ne propongo tre: l’edizione della Bur arricchisce il testo con le tavole, completamente in bianco e nero di Lynd Ward, fondatore della graphic novel statunitense; l’edizione della Mondadori, collana Oscar Ink, con le illustrazioni del fumettista Bernie Wrightson e l’introduzione di Stephen King; ultima, ma non per importanza, la graphic novel, edita Saldapress, Universal Monsters: Frankenstein, scritta e disegnata da Michael Walsh (colorato da Toni Marie Griffin) che, per la prima volta, racconta la storia di chi ha dato la propria vita diventando parte del corpo della creatura.

Frankenstein il mostro che è in noi
Frankenstein non è soltanto un romanzo dell’orrore. È un viaggio profondo dentro l’animo umano, una storia che parla di solitudine, rifiuto, desiderio di amore e bisogno di appartenenza. Mary Shelley, con straordinaria sensibilità, ci mostra che il vero orrore non nasce dai mostri, ma dagli uomini incapaci di comprendere e accogliere ciò che è diverso.
Shelley ci invita a guardare dentro noi stessi e a chiederci: quante volte, nella paura dell’altro, abbiamo contribuito a creare un mostro? Quante volte abbiamo rifiutato chi chiedeva solo di essere visto, ascoltato, compreso? Frankenstein non è solo la storia di un esperimento fallito. È il ritratto di un’umanità che, nel respingere ciò che non capisce, finisce per respingere se stessa.