La recente notizia a cui ci agganciamo per partire con il nostro ragionamento è questa: “Un grande quadro di Jackson Pollock battuto all’asta per 181.185.000 dollari. L’opera è uno dei primi dipinti astratti della storia dell’arte” (vai all’articolo) ma è solo un pretesto. Lo scopo di questo articolo è generale non particolare. Il sentito comune diverge drammaticamente da quello che è stato l’evoluzione del senso dell’arte nell’ultimo secolo. Non pretendiamo di colmarlo con 4 parole ma “l’ottimismo è il sale della vita” no? Purtroppo i percorsi scolastici, con la loro pretesa di essere calati dall’alto non raggiungono lo scopo. Non si può instillare a forza un senso come non si può insegnare ad un cieco a vedere a forza di parole.

Indice
ToggleMi sembra necessario iniziare con delle brevi premesse.
In primis, la scelta delle opere è del tutto arbitraria, ma sarebbe davvero strano se non aveste mai sentito parlare di qualcuna di esse. Poi, dovremmo, almeno per adesso, lasciare fuori dalla porta il problema dei soldi. Ne riparleremo alla fine. Liberatici dal valore inteso in senso monetario cerchiamo di capire perché un artista avrebbe dovuto fare degli oggetti che di per se sembrano fatti per NON essere piacevoli alla vista, gratificanti, carezzevoli in una parola VENDIBILI. Altra cosa importante è accettare che, così come per altre forme di comunicazione, una data opera, per quanto apprezzata dal nostro vicino di casa, può non incontrare il nostro sentito. In altre parole può non piacerci o non dirci nulla. E non c’è nulla di male. Se qualcuno vi ha detto che se non vi piace Picasso siete ignoranti, ha sbagliato. Le opere scelte non sono necessariamente le più famose ma sono quelle che più hanno avuto effetto su di me.
Le opere d’arte
Fontata (Fountain), Marcell Duchamp (1917)

l punto di rottura più radicale del XX secolo.
Un orinatoio industriale firmato “R. Mutt”. L’opera non è l’oggetto, ma l’atto concettuale della scelta. Dopo Duchamp, l’arte non dipende più solo da abilità tecnica o bellezza.
Conseguenze:
- nasce l’arte concettuale;
- il contesto museale diventa parte dell’opera;
- l’artista diventa soprattutto un produttore di significato.
L’autore non ha mai rilasciato una spiegazione definitiva, si sono quindi moltiplicate, le interpretazioni e questo fa parte del gioco. Sì perché chi guarda un’opera non è passivo, mai. Anche l’osservatore, come il contesto e l’aura dell’artista, è parte in causa. Cercare di capire cosa ha fatto di questo pezzo un oggetto così citato è il primo passo. Una delle interpretazioni più interessanti che ho letto è legata all’aspetto simbolico. Se concordiamo nel fatto che ribaltare un simbolo come la croce cristiana ne fa un simbolo del suo opposto, allora potremmo anche concordare che prendere un oggetto dalla relazione specificatamente maschile e ribaltarlo dovrebbe fare la stessa cosa. Un orinatoio si trova solo nei bagni dei maschi. Prenderlo e ribaltarlo lo fa diventare, da un oggetto che inghiotte liquidi ad uno che fa il contrario quindi una fontana. Una fonte. La forma che ne scaturisce, poi, bianca, di ceramica immacolata e fatta di linee morbide, fa pensare a riferimenti al femminile. La scritta, in più, R. Mutt si può leggere anche Mutt R. ovvero “madre” .
Curiosità: l’originale non esiste più. Quelle che potete vedere sono delle copie realizzate da altri su autorizzazione dell’autore. Vittoria del concettuale anche in questo senso.
Cerchio blu (Blauer Kreis), Wassily Kandinsky (1922)

Quanto dirò riguarda tutte le opere di Kandinsky non solo questa. Vortici e campi cromatici senza riferimento oggettivo diretto. Nel suo famoso libro, “Lo spirituale nell’arte“, l’autore spiega molto bene il suo processo creativo. E lo fa in modo razionale, non si affida a vaghe questioni di istinto ma parla di un linguaggio fatto con un alfabeto semplice, ma potente: quello del punto, della linea e delle superfici cromatiche. Riuscire a liberare linee forme e colori dalla necessità di somigliare a qualcosa di riconoscibile vuol dire riconoscere che sono soggetti in se, che possono parlare di se e comporsi in mille e più modi stimolando i nostri sensi. L’autore fa l’esempio della musica, ma proviamo con la danza. I gesti nella nostra quotidianità sono un linguaggio codificato o semi-codificato. Salutare, nascondere il viso, chiudersi incrociando le braccia, mostrare il terzo dito. Ma nella danza i gesti sono liberi non vogliono somigliare a quelli quotidiani vogliono comporsi in armonia con la musica, con i sentimenti e con le emozioni. Non dicono, evocano. Le linee sono già piene di significato, linee ondulate e linee a zig zag raccontano sensazioni diverse. Colori squillanti e colori pastello sono messaggi diversi. Le linee e i colori, insieme alle forme sono le protagoniste dei quadri, non hanno bisogno di somigliare ad un cavallo per esprimere vigore o a un arcobaleno per comunicare gioia. Uno dei motivi potrebbe essere benissimo che il cavallo e l’arcobaleno ci comunicano vigore e gioia proprio perché sono fatti di certe forme e certi colori. Ovvero non sono le forme ad avere valore perché somigliano a oggetti, ma sono gli oggetti a comunicarci sensazioni perché fatti di certe forme e colori.
Conseguenze:
- nasce l’astrattismo pittorico;
- il significato non è univoco ma fluido;
- l’artista cerca la sintesi non il barocchismo.
Blue Klein, Yves Klein (1960)

Da quando è stata studiata la psicologia della GESTALT abbiamo individuato un linguaggio che va oltre la cultura classica, parla direttamente ai nostri sensi e percezioni di base. Un quadrato ed un cerchio sono universalmente riconosciuti, uno come rigido e l’altro come dinamico. Il rosso ed il blu a loro volta suggeriscono opposte sensazioni, uno carnale e palpitante e l’altro astratto o metallico. Nell’ottica di un artista che vuole raggiungere tutti questo modo di comunicare dovette sembrare più universale, multiculturale, una specie di esperanto delle immagini.
Yves Klein crede che un colore, da solo, possa infondere una sensazione all’osservatore e insieme a un chimico francese, Édouard Adam, creano in laboratorio un colore che sfida i confini percettivi, un blu che però non comunica freddezza come gli altri. Si tratta del Klein Blue chiamato così perché lo registra come invenzione originale.
La scelta, non solo di Klein, di dedicarsi ad una ricerca di estrema sintesi è radicale e totalizzante. Come lui anche altri come Fontana con i tagli, Marina Abramović con l’uso esclusivo del proprio corpo e Giuseppe Penone con gli alberi. Scelte forti e non commerciali. Il blu creato da lui diventa iconico, più recentemente anche Anish Kapoor ha acquisito la licenza esclusiva le Vantablack, un colore nero pressoché totale per la sua ricerca sul vuoto. Questo tipo di ricerche si potrebbero associare a quelle carriere scientifiche di certi ricercatori che dedicano la loro intera esistenza ad un singolo gene o ad una singola proteina. Piccole, microscopiche parti del tutto che potrebbero portare a grandi cambiamenti.
Conseguenze:
- Il colore diventa oggetto in se;
- L’attenzione non è più a ciò che è rappresentato, ma all’oggetto che ci si trova davanti
- Il vuoto e l’assenza diventano percepibili
Base del mondo, Piero Manzoni (1961)

Il testamento del dadaismo e soprattutto di Duchamp viene assorbito da Piero Manzoni che fa sua la lezione del discusso (allora e oggi) artista francese. Nel voler porsi come esploratore dei confini tra arte e non arte, Manzoni mette in pratica azioni e realizza oggetti destinati a diventare paradigmi della fine di tutte le certezze. Il ‘900 ha visto molte certezze vacillare e crollare. Il suprematismo della razza, l’intoccabilità dello scorrere del tempo, la pretesa di bontà della scienza quando viene messa in mano all’industria bellica. È anche il tempo in cui il confine tra sacro e profano viene pesantemente scosso. Dopo le sue ricerche sull’acromia e sulla linea, Piero Manzoni punta direttamente all’obbiettivo, far crollare il muro che separa il museo o la galleria dalla realtà. Lo fa con oggetti che molti giudicano semplici provocazioni, ma non sono solo questo.
Nell’opera qui esposta, del 1961, arriva al concetto ultimo del suo operato. Se l’artista è colui che sacralizza un oggetto poiché ne ha scelto la forma, il colore, il modo di esporlo allora lui compie la scelta incommensurabile di prendere il mondo intero. Il piedistallo capovolto sostiene l’intero mondo, ne fa un’opera e la dichiara degna di essere venerata come la Gioconda (anche perché essa stessa è contenuta nel mondo). La distanza tra ciò che ha valore, viene guardata con rispetto e viene battuta all’asta e ciò che non ne ha è annullata. Il concetto più vertiginoso possibile, l’invito più coraggioso e radicale, vedere il mondo con altri occhi, con gli occhi estasiati di un artista o di un bambino.
Conseguenze:
- l’assoluta indistinguibilità tra ciò che arbitrariamente riteniamo valido e ciò che va scartato
- l’artista non deve necessariamente produrre immagini: può produrre condizioni attraverso cui qualcosa viene percepito come arte.
Grande Cretto, Alberto Burri (1984)

Il Grande Cretto di Gibellina è una delle opere più radicali di Alberto Burri perché trasforma una tragedia reale in un’opera di memoria: non ricostruisce una città distrutta, ma congela il suo trauma nel paesaggio.
Nella notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968, un violento terremoto colpì la Valle del Belice, distruggendo numerosi centri abitati, tra cui Gibellina.
La vecchia Gibellina venne abbandonata e ricostruita alcuni chilometri più lontano come Gibellina Nuova. Il sindaco dell’epoca, Ludovico Corrao, volle trasformare il territorio in un grande laboratorio d’arte contemporanea coinvolgendo numerosi artisti. Ad Alberto Burri fu chiesto di intervenire sulle rovine della vecchia città. Burri non volle decorare le macerie né creare un monumento tradizionale. Fece cementificare e rendere così eterne le strutture che furono i vicoli e le forme delle costruzioni. Ne risultò una cicatrice paesaggistica di immenso impatto e una gesto di rispetto e memoria. Così come Guernica di Picasso, la brutalità del lutto è esprimibile con forme e gesti anche violenti ed eclatanti. L’artista non aggiunge un’immagine alla realtà, ma modifica il modo in cui la realtà viene percepita. Nel caso di Burri, la materia non rappresenta la ferita: è la ferita trasformata in paesaggio.
Conseguenze:
- la bellezza estetica e il gesto significativo sono cose diverse
- la tragedia ed il lutto sono ferite indelebili e l’arte lo esprime a pieno
- La realtà e il simbolo coincidono perfettamente
Considerazioni
Nessuna di queste opere sarebbe stata giudicata tale nelle accademie pre impressioniste. Il mondo, le sue regole e i suoi punti di riferimento cambiano. Senza disconoscere chi eravamo dobbiamo però ammettere che tecnologia, rapporti sociali, strutture economiche e conoscenze diffuse hanno trasformato la mente e le condizioni di vita sul nostro pianeta. Questo non impedisce di apprezzare i classici, e nemmeno di perseguirli al giorno d’oggi. Per fare solo un esempio esistono artisti come Roberto Ferri (autore del ritratto di Papa Leone XIV) che dipinge con un approccio perfettamente classico. Oggi siamo immersi però anche nel mondo del digitale, nel mondo dell’informazione spinta e manipolatoria, delle trappole ideologiche ma anche nella diffusione estrema di mezzi come la macchina fotografica e internet.
E finiamo parlando di soldi. Se concordiamo sul fatto che l’arte debba essere rappresentazione della nostra società, non possiamo ignorare il fatto che i soldi determinino molti dei rapporti tra persone e tra stati. Oggi come oggi l’arte è anche un ambito di investimento, banche e privati la usano come bene rifugio e in certi casi, quel bene si rivaluta. In certi casi estremi, poi, alcuni artisti vengono adoperati come soggetti di speculazione. Si è vero, ma questo è o no è lo specchio della società in cui viviamo? Viviamo quindi una speciale contraddizione, vogliamo che l’arte parli di noi, del nostro tempo ma non del fatto che il nostro tempo è fatto di scambi economici. Questo fatto oggettivo non deve però impedirci di intravedere, la dove c’è, il guizzo della poesia che si nasconde tra le pieghe del caos commerciale. Ci riusciamo molto meglio con i film o con certi sport. Siamo capaci di appassionarci ad una partita come fosse una questione di orgoglio nazionale riuscendo a tenere fuori dalla porta tutte le questioni biecamente economiche, commerciali e di scambio di favori che la sottendono. Ci riusciamo anche con certi cantanti. Mentre cantiamo in coro il ritornello di una hit non ci sfiora la mente la bieca macchina discografica che ci sta dietro.
Infine
Prendiamo 4 parole chiave
- Abilità
- Mimesi
- Significato
- Necessità
Siamo evidentemente passati da un’arte che privilegiava l’abilità e la mimesi (intesa con somiglianza delle cose rappresentato a cose già viste) ad un’arte che privilegia il significato e la necessità del messaggio. In realtà tutte queste cose convivono, ma in pesi diversi. Rimane la libertà personale di sentire più vicino al proprio gusto una o l’altra espressione artistica in un’ottica di rapporto diretto ed istintivo, ma chiedersi ogni tanto perché una cosa è stata fatta in un certo modo fa sempre bene.