Fëanor, Spirito di Fuoco dei Noldor

Facebook
WhatsApp
Telegram

Dopo aver parlato delle creature leggendarie di Arda, delle potenze a cui si deve la nascita della stessa, dopo aver cavalcato con il Re dei Rohirrim da Edoras ai campi del Pelennor e aver messo un piede nella psicanalisi freudiana con la famiglia di Gondor, ora tocca analizzare l’ambiguità di fondo che caratterizza uno dei miei personaggi preferiti, il Noldo Fëanor.

 

Fëanor

Per comodità logistica si è pensato di dividere la vita di Fëanor in fasi, seguendo quanto raccontato da Tolkien ne Il Silmarillion, opera di mitopoietica in cui il personaggio in questione svetta fra molti e di cui, nella sezione Echi dal mondo di Tolkien, si è parlato ampiamente.

 

La nascita

Fëanor nasce dall’unione dei Noldor Finwë e Míriel. La donna porterà nel grembo questo figlio che, letteralmente, la consumerà da dentro tanto da dargli l’appellativo di Spirito di fuoco e desiderare la morte. In questo modo, il suo spirito si separerà dal suo corpo e cadrà in un sonno eterno.

L’energia vitale della madre sarà completamente assorbita dal figlio con una sorta di inquietante vampirismo che lo renderà, già dalla gestazione, una creatura dal forte ascendente. Dopo la dipartita di Míriel, il marito convolerà in seconde nozze con Indis dei Vanyar, da cui avrà due figli, Fingolfin e Finarfin. Fatto del tutto eccezionale, dal momento che Tolkien racconta che gli Elfi erano fedeli per tutta la vita e mai si risposavano.

 

Feanor
Feanor di Giovanni Calore

 

La creazione dei Silmaril

Fin da subito, Fëanor si rivelò un abile fabbro e catalizzerà la sua maestria nella creazione dei Silmaril, tre gemme risplendenti della luce degli Alberi di Valinor e di parte del suo essere. Le gemme contenevano al loro interno la luce degli Alberi di Valinor creati da Yavanna e Nienna. Alla vista di tali meraviglie Aman tutta gioì e Varda li consacrò in modo che “nessuna mano impura, nulla di malvagio potesse toccarli senza bruciare e avvizzire“.

Orgoglioso della sua creazione, Fëanor soleva indossarli durante le feste, ma presto questi catturarono l’attenzione di Melkor, che bramò di possederli; già controllato dai Valar nelle azioni, piuttosto che attaccare direttamente l’artefice, Melkor usò l’astuzia.

 

La corruzione

Melkor si finse amico dei Noldor, cercò di irretirli contro i Valar, presentandoli come esseri a cui ribellarsi in nome della libertà, e instillò in Fëanor il dubbio che i fratellastri volessero spodestarlo. I suoi piani furono messi in atto durante i festeggiamenti in Aman, approfittando del fatto che il Noldo non avesse con sé i gioielli, ma li avesse lasciati nel Belegost, custoditi dal padre Finwë.

Forte dell’alleanza con la famelica Ungoliant, Melkor privò Valinor della luce degli Alberi Laurelin e Telperion, corrompendoli e rendendoli nutrimento per la bestia che, sopraffatta, ne implose durante la ritirata davanti all’arrivo dei Valar.

Grandi lacrime furono versate alla sparizione della Luce, ma una speranza rimaneva nelle gemme, perché ne contenevano una stilla. Bisognava solo convincere Fëanor a separarsene per il bene di Arda. Mentre l’Alto Elfo ragionava sulla scelta da fare, da Formenos giungevano tristi notizie: Melkor (che egli chiamerà, poi, Morgoth il Nero Nemico del Mondo) aveva ucciso il re Finwë e fatto incetta dei gioielli.

 

Il fratricidio

In preda al dolore e alla rabbia, Fëanor radunerà il popolo dei Noldor per proclamarsi legittimo sovrano, incitarlo a raggiungere le terre orientali d’origine, riappropriandosene, e pronunciare un discorso che riunirà i suoi sette figli sotto le spade sguainate, a difesa dei Silmaril e a costo della propria vita.

“[…] giurando di perseguire con vendette e odio, sino ai termini del Mondo, Vala, Demone, Elfo o Uomo ancora non nato e ogni creatura grande o piccola, buona o cattiva che il tempo avrebbe gettato nella successione dei giorni, la quale osasse prendere, tenere o conservare un Silmaril di loro proprietà”

 

Feanor, The Rings of Power, JRR Tolkien, Arda, Elfi, Terra di Mezzo, IL Signore degli Anelli, Celebrimbor, Noldor
The Oath of Fëanor by Jenny Dolfen

 

L’unico modo per approdare a est è attraversare il mare, ma le uniche imbarcazioni disponibili sono in possesso dei Teleri, pacifici Elfi del mare che non cederebbero mai le loro bianche navi ai Noldor, né tantomeno aiuterebbero i Valar.

Davanti all’impossibilità di scendere a qualsiasi compromesso, accade l’irreparabile e primo caso di uccisione di un membro della propria razza: il fratricidio di Alqualondë. Nella carneficina sono coinvolte anche le schiere di Finarfin e Fingolfin che avevano creduto, erroneamente, che fossero stati i Teleri ad attaccare per primi i fëanoriani.

Le bianche navi degli Elfi del mare, ancorate al Porto dei Cigni, erano state rubate per dirigersi a nord, ma non tutte erano arrivate; dal momento che il mare si era sollevato alcune erano naufragate e si erano inabissate, portando giù nelle profondità i Noldor.

 

La morte

Vergognandosi delle loro azioni, i fratellastri di Fëanor si disperdono e lo lasciano con un nugolo di alleati che combatterà strenuamente contro Morgoth, ormai passato all’attacco. Il Noldo cadrà vittima di un’imboscata. 

Sarà ucciso dalle lance dei Balrog e del loro comandante Gothmog, circondato dai suoi figli giunti troppo tardi per aiutarlo. In punto di morte, li inviterà a rinnovare il giuramento, maledirà nuovamente Morgoth e spirerà diventando cenere. Lo Spirito di Fuoco muore quasi bruciando, in linea con la sua nascita e con la vita che aveva vissuto.

 

Eroe o antieroe?

Il Quenta Silmarillion, terzo dei cinque libri che compongono Il Silmarillion, è un crogiuolo di caratteri eroistici estremamente diversi fra loro. Tra eroi Cristiani e Solari, Lunari e Moderni, spiccano quelli Pagani, come il nostro Fëanor. L’eroe pagano vive un mondo terreno, “prigioniero delle sue pulsioni più violente, volte a squarciare quel velo che lo separa dalla verità che pur intravede” (Massimiliano Barberio in La quest dell’Eroe in The Silmarillion di J.R.R. Tolkien).

Peculiarità caratteriali dei suddetti è il peccare di superbia e il non accettare i consigli altrui, perché la rabbia e la bramosia sono gli unici mezzi conosciuti per ribellarsi a un ordine prestabilito che intendono come oltraggioso. Si veda come Fëanor si allontani da Aman per riconquistare ciò che gli era stato rubato, la sua creazione, i Silmaril.

 

La quest tradita

Ogni eroe, qualsiasi sia la sua natura, compie un viaggio, letterariamente definito quest, che prevede delle tappe ben precise:

  • la sua nascita è già primo tassello del cammino (solitamente il padre tiranno avvertirà la venuta del figlio come frattura nel regno);
  • la crescita lo distaccherà da un mondo che non avvertirà congeniale e accrescerà in lui il sensucht, la “malattia del doloroso bramare”;
  • la partenza lo condurrà a incontri divini e umani, bestiali e amicali, che lo porteranno a svuotarsi del suo vecchio Io, accogliendo un nuovo Sé, e preparandolo alla prova finale.

 

Spesso l’eroe muore prima della grande prova ma, arricchitosi, resta un esempio da seguire e la sua memoria vive in eterno. Questo è un po’ ciò che accade a Fëanor, tuttavia dal momento che perirà a causa della sua hýbris, possiamo considerarlo l’eroe imperfetto che non riesce a sovvertire l’ordine e della sua memoria poco resta da perseguire.

Dunque, non si troverà mai davanti a quel bivio finale che la quest presuppone: “tornare alla vita ordinaria di tutti i giorni o diventare parte integrante dell’ignoto”. Inutile dire che la scelta più ovvia sia la seconda, perché una volta sconfitta l’ombra, l’eroe conosce la verità e, per dirla alla Platone, esce dalla caverna e viene illuminato dai raggi del sole. Tornare al mondo precostituito innescherebbe gli stessi problemi che lo hanno spinto ad allontanarvisi.

Del resto, anche Dante presupponeva per Ulisse un secondo allontanamento dalla petrosa Itaca, in nome della conoscenza pagata con la vita durante un folle volo negli abissi marini.

 

Fëanor, in bilico fra Bene e Male

Appare evidente come il Noldo sia un personaggio tanto affascinante quanto in bilico tra due estremi che, pur non distinti nettamente da Tolkien, occorre prendere in esame. Se provaste a chiedere a qualcuno in che modo considererebbe la sua natura, è molto probabile che vi risponderà in base alla sua percezione del Bene e del Male.

Durante l’atto della nascita, Fëanor viene al mondo consumando sua madre. In vita è il primo a occuparsi di più attività, tra cui la redazione di lettere per tradurre l’alfabeto elfico; a lui si deve il motore scatenante dei fatti del Silmarillion, la creazione dei gioielli, e quanto ne consegue. Questo lo rende il primo Elfo a possedere realmente qualcosa e a tradire, non una, ma ben due volte pur di riottenere ciò che era suo e che nessuno gli aveva insegnato a plasmare. 

Vive una dissonanza simile (o meglio, più comprensibile) di quella che ha portato Melkor a ribellarsi a Eru, perché i Silmaril non sono oggetto della sub creazione, ma SUA creazione. Così si fa Creatore e non subordinato e, in quanto tale, si arroga il diritto di vita e di morte altrui (vedi il fratricidio di Alqualondë).

 

Come sottolinea Barberio, Fëanor è “una figura capace di raccogliere in sé Prometeo e Caino”, la cui cupidigia sfocerà in blasfemia quando rinnegherà suo padre Eru Ilùvatar, mettendo in primo piano il suo necessario bisogno. 

Ma se non si fosse mosso alla riconquista dei Silmaril cosa sarebbe successo? Da un lato i gioielli erano troppo potenti per rimanere nelle mani di Morgoth, dall’altro se i Noldor non fossero caduti, la Terra di Mezzo non sarebbe stata ripopolata. Alla luce di tali osservazioni, si evince quanto quel suo necessario bisogno fosse allargato ad altro di meno vicino all’orgoglio tracotante. Ecco che la sua Caduta porta a una nuova rinascita.

 

 

Il ruolo della forgiatura

Centrale per il ruolo ricoperto dal primo personaggio indagato da Tolkien nel Silmarillion è l’arte della forgiatura, senza cui nulla sarebbe stato creato. Tale attività presuppone la volontà di dominare piuttosto che comprendere (anche nel più mite Celebrimbor, possesso e orgoglio si paleseranno, seppur più sommessamente e memori degli errori compiuti dal nonno) e lo sa bene Melkor.

Il potente Ainu farà proprio leva sul sentimento di avidità dell’Elfo e sullo sdegno provato per le seconde nozze del padre Finwë, che porteranno alla nascita dei fratellastri Fingolfin e Finarfin, con cui arriverà allo scontro aperto. Il bisogno di dominare, infatti, non è da relegare ai soli Silmaril, ma anche alla successione.

Nella mitologia greca e nel Canzoniere Eddico, tali inclinazioni si ritrovano in Efesto e in Volundr, entrambi fabbri: il primo del pantheon olimpico zoppo a causa di Zeus ed Era, il secondo al servizio del re Nidhudr che lo rese storpio e lo costrinse a fabbricare mobili per lui e la sua consorte. (Per tutta risposta, il fabbro uccise i figli e usò le loro teste per forgiare nuovi artefatti da inviare al re).

Cosa accomuna questi personaggi a Fëanor? Non solo il lavoro di forgiatura, ma il desiderio di vendetta e, se vogliamo, la menomazione che nei primi è fisica, nell’Elfo è etica-comportamentale.

Senza scomodare gli antichi greci o la mitologia scandinava e restando nella mitopoietica tolkieniana, Aulë visse qualcosa di molto simile allo Spirito di Fuoco. Impaziente di avere discepoli che sapessero apprezzare la bellezza delle cose create, generò i Sette Padri dei Nani all’oscuro di Eru Ilúvatar e per questo, come il più umano fra i Valar, “sollevò il grande martello onde colpire i Nani; e pianse”.

 

Feanor, The Rings of Power, JRR Tolkien, Arda, Elfi, Terra di Mezzo, IL Signore degli Anelli, Celebrimbor, Noldor
Aulë Prepares to Destroy His Children by Ted Nasmith

 

 

Diversi nel destino, ma simili per scelte, sono poi Eöl e Maeglin, eccellenti fabbri della Terra di Mezzo. Il primo si allontanerà dai Sindar del Doriath per vivere in solitudine nella foresta di Nan Elmoth, il secondo ignorerà la condanna a morte del padre da parte di suo zio Turgon e rivelerà a Morgoth la posizione di Gondolin, causandone la fine.

Ne deduciamo che dietro alla creazione tramite forgiatura si annidi un archetipo del male (Luca Cecchini in Le Ossa del Bue. Archetipi mitologici e letterari ne Il Silmarillion di J.R.R. Tolkien) che si perpetra nel corso di millenni e in diverse culture, da nord a sud.

 

Oltre Dante: Seppo Ilmarinen del Kalevala

Si faceva accenno al canto XXVI dell’Inferno dantesco, in riferimento alla caduta di Fëanor in nome di qualcosa di più grande. Accostare Tolkien al fiorentino è azzardato, dal momento che 

“Dante […] doesn’t attract me. He’s full of spite and malice. I don’t care for his petty relations with petty people in petty cities”

come ammise il Prof, durante un’intervista con Charlotte e Denis Plimmer il 30 Novembre del 1966. Ma le sue parole furono traviate e decontestualizzate perché successivamente precisò che

“My reference to Dante was outrageous. I do not seriously dream of being measured against Dante, a supreme poet. At one time Lewis and I used to read him to one another. I was for a while a member of the Oxford Dante Society (I think at the proposal of Lewis, who overestimated greatly my scholarship in Dante or Italian generally)”

Comunque sia, che Dante sia modello di ispirazione è innegabile, come sostenuto anche da Luca Valzolgher in Lo Spirito di Fuoco – Analisi della figura di Fëanor nel legendarium di Tolkien, almeno per quanto riguarda la navigatio, quel genere che presuppone un viaggio periglioso alla volta del locus amoenus da parte di viaggiatori intrepidi.

Nel Silmarillion ne esistono almeno quattro: quella di Eärendil che va per mare in cerca dell’aiuto dei Valar; quella di Ar-Pharazôn il Dorato che salpa verso Ovest per salvare Númenor da Sauron e a cui si collega il viaggio di Amandil per limitare le conseguenze del peregrinare del re Númenoreano; quella delle sette navi inviate da Turgon e Círdan in Occidente.

Quanto a Fëanor e alle sue caratteristiche intrinseche, a un’analisi approfondita ci si accorge che analogie e differenze si equiparano. Ulisse e Feanor sono abili oratori e muoiono in uno sdegnoso supplizio ma, laddove il primo è furia guerriera e “spirito ardente in grado di muovere gli eserciti“, il secondo si fa baluardo della versatilità e dell’astuzia. Inoltre entrambi sono collegati al fuoco, perché l’Elfo è sua personificazione a partire dall’etimologia del suo nome, Ulisse brucia in una fiamma blu per la legge del contrappasso dantesco.

 

Kalevala
Kalevala di Elias Lönnrot edizioni FuoriScena

 

Considerando il solo temperamento, si potrebbe ancora spostare il campo delle analogie dalla Commedia a un’opera più consona e spesso citata da Tolkien, il Kalevala.

Nel poema epico di Elias Lönnrot, infatti, esiste un personaggio tragico di nome Seppo Ilmarinen che si vede costretto a forgiare un nuovo sole dopo il furto della luce da parte della strega Lohui. Ilmarinen crea l’acciaio e il Seppo, un oggetto tanto dibattuto circa la sua natura di arma o artefatto; Fëanor crea armi per i Noldor e forgia i Silmaril. Entrambi sono dotati di straordinarie capacità e carattere sanguigno.

 

Eroe e antieroe

In conclusione e per rispondere a domande poste in precedenza, come considerare il re dei Noldor? Come si è visto, la sua genesi non è univoca, ma affonda le radici in svariati personaggi di altrettante culture, ma il suo punto di forza diventa l’originalità in un processo di forti influenze. Fëanor è unico pur non essendo un personaggio originale e ciò che lo avvicina a noi (ed è il motivo per cui difficilmente lo si potrebbe giudicare) è la sua natura, estremamente ambigua e umana, che lo porta a cadere.

E tale caduta preconizzerà quella cristiana degli Uomini, “una ribellione di libere volontà create a un livello più elevato” (J.R.R. Tolkien in Lettere 1914 /1973, Bompiani 2017). Si tratta di un personaggio tanto complesso quanto grigio, impossibile da relegare nella dimensione eroistica o antieroistica, così come positiva e assolutamente negativa.

Mi piace pensare che Tolkien ci abbia voluto lasciare libero arbitrio nella sua considerazione e porci come Ulisse, smaniosi e avidi di conoscere.