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RoboCop e il ritorno degli anni 80

RoboCop è uno di quei film cult arrivati alla fine degli anni 80 che è entrato subito nei cuori di ogni amante del cinema, sia per la sua – all’epoca – innovazione e sia per – sempre all’epoca – originalità. E poi diciamocelo, è uno di quei rarissimi casi in cui trash e serietà sanno sposarsi tanto bene da offrire un pacchetto completo per tutta la famiglia. Il primo RoboCop fu tanto amato dal pubblico che arrivarono di lì a poco i sequel, i fumetti, i giocattoli, il cartone animato (chi dimentica è complice), una serie TV, ed è ancora aperta la ferita sul reboot della saga; quando è stato annunciato il sequel ufficiale del film originale, RoboCop Returns – con gli sceneggiatori originali Edward Neumeier e Michael Miner alla produzione – si è accesa una scintilla di speranza nei cuori di tutti i fan.

Allora mi son detto: “Perché non parliamo un po’ di RoboCop?”.
Il Cyborg mezzo macchina, mezzo uomo e tutto poliziotto più amato della storia del cinema ne avrebbe di storie da raccontare, avvenute durante la realizzazione del suo film di debutto; alcune di queste sono tanto divertenti che sarebbe un peccato perderle.

 

RoboCop: La genesi

Dovete sapere che la nascita di RoboCop è dovuta a Ed Neumeier e al non aver visto Blade Runner. Essendo incuriosito da una locandina del film chiese a un amico di cosa parlasse e quest’ultimo lo sintetizzò con “un poliziotto umano che dà la caccia a dei cyborg”; Neumeier pensò che sarebbe stato figo creare una storia inversa in cui un Cyborg Poliziotto dava la caccia a criminali umani. Insieme a Miner buttarono giù una sceneggiatura ispirata al Ranger Solitario – la serie televisiva western – dove, in un distopico futuro con il mondo dominato da corporazioni multimilionarie, un poliziotto creduto morto tornava mascherato per proteggere la legge. Per fortuna, un ritardo aereo permise a Neumeier e Miner di incontrare un produttore interessato all’opera e dargli il tempo di rivedere la sceneggiatura.

Il film fu prodotto da Orion, gli stessi produttori di Terminator – è per questo che i trailer di RoboCop avevano le stesse musiche – che volevano Arnold Schwarzenegger come protagonista della pellicola. Il problema è che Schwarzenegger era troppo grosso per l’armatura. In base al modello disegnato per l’occasione il povero Arnold sarebbe sembrato più simile a un omino Michelin invece che a un T-800, e dovettero scartare l’idea. Secondo volere del regista si pensò a Michael Ironside e Rutger Hauer, ma alla fine fu scelto Peter Weller per la sua corporatura esile – ideale per infilarsi nel costume – e perché al regista Paul Verhoeven piacevano … le sue labbra; fondamentali, visto che l’unica parte umana visibile in RoboCop è la parte inferiore del viso.

 

Il costume: un’icona per i fan, un calvario per la troupe

A Weller non andò così bene essere scelto per vestire i panni del Cyborg, perché erano davvero scomodi. Si era pensato al personaggio come un agile e rapido serpente, pronto a scattare per afferrare le sue prede in un istante … non fu così. Il creatore della tuta, Rob Bottin – che aveva lavorato al trucco e agli effetti speciali di Star Wars e La Cosa – si era ispirato a Space Sheriff Gavan (il “metal hero” giapponese della Toei), ma anche se il risultato visivo era ottimo, quello pratico non lo fu altrettanto. Il costume era in ritardo sulla produzione e fu consegnato due settimane dopo l’inizio delle riprese, esattamente lo stesso giorno in cui si sarebbe visto – nel film – RoboCop per la prima volta. Ci vollero 11 ore per far indossare il costume a Weller, che sudò talmente tanto durante le riprese da perdere quasi due chili. Dietro di lui, dopo ogni ripresa, l’assistente doveva idratarlo o raffreddarlo con un ventilatore; poi si optò per installare una ventola nel costume stesso e creare un buon riciclo d’aria.

Le problematiche del costume influirono moltissimo anche sulle riprese del film stesso. I movimenti di Weller erano tanto limitati da dover modificare molte scene d’azione – oltre che all’andatura per le riprese – e in molti casi non si usò neanche il costume intero. Quando si vedeva RoboCop alla guida, ad esempio, l’attore era con il costume fino a metà, e in mutande dalla vita in giù. Anche nella scena in cui lo si vede camminare di spalle nella discoteca si scelse l’inquadratura sulle spalle per non dover indossare tutto il costume. Lo stesso Weller disse in un’intervista che il dover scendere le scale fu una delle scene più difficili da girare per lui.

In realtà la scena più difficile da girare fu una delle sequenze iniziali di RoboCop, quando il suo sergente gli lancia le chiavi dell’auto da dover afferrare al volo. I guanti del costume erano letteralmente dei guanti di gomma e le chiavi sono rimbalzate cinquanta volte (con relativi ciak): impiegarono un intera giornata di riprese per quella sequenza di pochi secondi. Quel giorno i dirigenti della Orion furono così infuriati da nutrire il desiderio di cancellare il film.

Siccome il film ebbe davvero tanti problemi a causa e non del costume, si decise di lavorare anche con alcune “parti singole” per ovviare a ritardi inutili. Ad esempio la fondina nella coscia in cui Murphy infila la pistola dopo averla fatta roteare (un omaggio a Clint Eastwood) era un pezzo a parte; per lo spuntone che esce dalle nocche dell’agente – usato sia per hackerare i PC che per infilzare i nemici – si è usato invece un braccio a parte. Fuori dall’inquadratura c’era chi lo reggeva per dar l’impressione di essere “attaccato” al cyborg.

 

Problemi sul set e curiosità “religiose”

Non fu solo il costume ad influenzare le scene. Nella sua prima “missione” RoboCop sventa uno stupro, sparando proprio lì sotto, a uno degli aggressori. Inizialmente lo script prevedeva di sparare vicino al viso della stuntwoman Donna Keegan, ma secondo il regista Verhoeven la Keegan era particolarmente dotata a – cito testualmente – spalancare le gambe, quindi gli venne un’altra idea in mente. Nella scena della sparatoria nel laboratorio della droga, i fucili automatici di scena si inceppavano tre secondi dopo l’utilizzo e dovettere registrare tre secondi alla volta per ogni angolazione; alla fine il risultato fu ottimo perché ne uscì fuori una scena davvero frenetica, ma è stato un vero colpo di fortuna. Se pensate che ora si usano attori morti con la CGI, sono strabilianti tutti questi escamotage.

Quello che sicuramente non potete immaginare, e che lo stesso regista Verhoeven ha dichiarato in un’intervista, è che la figura di RoboCop nel film rappresenta un’allegoria cristiana: la figura di Gesù. A dir suo, tutto di RoboCop richiama Gesù e il film è pieno zeppo di citazioni. La sua morte e resurrezione, le ferite in testa come la corona di spine, la scena in cui Murphy cammina “sulle acque” – basse – verso la fine del film, ma la più importante è la morte del cattivo Clarence Boddicker: quando a causa del suo sangue le acque bianche diventano rosse è un chiaro riferimento alle nozze di Cana, quando Gesù tramuta l’acqua in Vino.

A questo punto non so se sia più divertente pensare a RoboCop che moltiplica pani e pesci oppure a Gesù che intima i malvagi con un “vivo o morto, tu verrai con me”, ma in ogni caso – da fan della pellicola – spero si possa trovare per questo sequel annunciato quel perfetto connubio tra serietà e trash che ha reso il film un cult.

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