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Il cinema di Mario Bava

Chi era Mario Bava?

Mario Bava è stato un regista e direttore della fotografia italiano, nonché scenografo ed esperto di effetti speciali, nato a Sanremo nel 1914.

Data la sua professionalità e competenza in vari campi, spesso veniva chiamato sui set per risolvere situazioni difficili. Queste capacità lo hanno reso una delle personalità più apprezzate di Cinecittà e nel corso della sua carriera ha lavorato con molti registi tra cui Mario Monicelli, Raul Walsh e Roberto Rossellini.

La visione di questo eclettico genio ha portato una grande innovazione nel cinema italiano, e alcuni suoi film hanno determinato la nascita di alcuni generi cinematografici. Non solo, il suo lavoro ha influenzato tanti registi, come ad esempio: Tim Burton, Roger Corman, John Landis, Joe Dante, Quentin Tarantino, Dario Argento, Martin Scorsese.

 

La maschera del demonio un folgorante esordio

Esordisce alla regia nel 1960 con il film “La maschera del demonio”, tratto dal Vij di Gogol. Ambientato nel XIX secolo, due scienziati russi risvegliano per caso una antica strega alla ricerca di vendetta.

Nonostante un budget ridotto, il regista mette il massimo impegno in questa operazione di chiara impronta espressionista, curando in modo raffinato l’uso del bianco e nero.

Bava realizza un film audace, violento e morboso, estraneo al cinema italiano dell’epoca. Un’opera memorabile, che segna la nascita dell’horror gotico italiano, determinando un prima e un dopo.

Nonostante in Italia il film incassi solo 141 milioni di lire, in Francia e in America ottiene un grande successo di pubblico.

Tra i registi maggiormente influenzati dall’opera baviana, c’è sicuramente Tim Burton, che ha inserito La maschera del demonio tra i suoi 10 film preferiti. Ne Il mistero di Sleepy Hollow sono presenti diversi riferimenti alla pellicola di Bava.

 

Operazione Paura

Altro titolo degno di nota è “Operazione Paura” del 1966 anch’esso appartenente al filone horror-gotico. Il film racconta la storia di un medico, il dottor Eswai, chiamato in uno sperduto paese per eseguire un’autopsia. Nel borgo il fantasma di una bambina semina terrore e morte, la verità verrà lentamente alla luce.

Operazione paura è uno dei film più famosi e celebrati di Bava, in cui il suo talento visivo riesce a sopperire ad una produzione di basso livello. Zoom e piani sequenza sono adoperati con maestria e virtuosismo, creando un grande spettacolo visivo. La fotografia è molto curata, ricca di colori forti che spesso sfociano nella psichedelìa.

Una delle scene più famose del film è quella in cui il dottor Eswai all’interno di una stanza rincorre sé stesso, effetto straniante creato attraverso un particolare uso del montaggio. Tale scena verrà ripresa in maniera molto simile da David Lynch nel famoso episodio finale della seconda stagione di Twin Peaks. 

Fellini utilizzerà la figura della bambina in Toby Dammit, nel film a episodi Tre passi nel Delirio.

 

La ragazza che sapeva troppo

Il giallo all’italiana nasce nel 1962 con “La ragazza che sapeva troppo”, secondo film di Mario Bava nonché suo ultimo lavoro in bianco e nero. Una turista americana in vacanza a Roma assiste ad un delitto. La ragazza non viene creduta e comincia ad indagare per conto suo.

Quest’opera introduce molti stilemi che saranno caratteristici del giallo di matrice italiana: la protagonista viene coinvolta per caso nella vicenda, l’enfasi sui rumori per aumentare la tensione della scena, il giallo mischiato ad atmosfere cupe ed inquietanti come la Roma mostrata nel film.

 

Sei donne per l’assassino

Con “Sei donne per l’assassino” del 1964 vengono introdotti altri elementi caratteristici del genere, come la figura dell’assassino incappucciato col cappotto nero e i guanti di pelle, ripresa anni dopo da Dario Argento. La parte interessante del film è la messa in scena con cui l’assassino uccide le vittime, nei modi più sadici possibili. Il regista di Nightmare, Wes Craven, ha affermato di essersi ispirato a “Sei donne per l’assassino” per la costruzione del personaggio di Freddy Krueger.

Mario Bava va giustamente considerato il vero padre del giallo all’italiana, genere che verrà riconosciuto come tale solo nel 1970 col grande successo di pubblico de “L’uccello dalle piume di cristallo” di Dario Argento.

 

Terrore nello spazio

Bava si cimenta nel genere fantascienza con “Terrore nello spazio” del 1965, ispirato al racconto “Una notte di 21 ore” di Alberto Pestriniero. Un misterioso pianeta attrae le astronavi Argos e Galliot, una volta atterrati i membri dell’equipaggio vengono posseduti da una forza inquietante.

Anche in questo caso il film è girato con un budget modesto, ma grazie al suo ingegno Bava riesce a dirigere un lavoro ben fatto e affascinante. È interessante notare come alcune elementi verranno poi ripresi in Alien di Ridley Scott; questo non vuol dire per forza di cose che Scott si sia ispirato a Terrore nello spazio, ma è lecito pensarlo.

Sia in Alien che in Terrore nello spazio un’astronave viene attirata su un pianeta trappola, abitato da alieni in cerca di nuovi corpi da ospitare. Altro elemento in comune è la nave abbandonata popolata da scheletri di esseri sconosciuti.

 

Reazione a catena (Ecologia del delitto)

Reazione a catena è tra le opere più famose e celebrate di Mario Bava, con una una storia interessante e un cast di tutto rispetto. Il film raggiunge picchi di violenza altissimi, mostrando un’umanità cattiva in cui i veri mostri siamo noi. Federica Donati, un’anziana contessa che vive presso una baia semi deserta, viene trovata uccisa. Questo fatto darà il via ad una serie di omicidi a catena, tutti accomunati da un motivo ben preciso. Il finale sarà spiazzante.

Reazione a catena è considerato a ragion veduta come la nascita del genere slasher. Film come la saga di Venerdì 13 gli sono debitori. Ad esempio la famosa scena dei ragazzi che vengono impalati da una lancia mentre fanno l’amore viene ripresa in maniera identica nel capitolo “L’assassino ti siede accanto”.

A causa di una distribuzione problematica, il film ha avuto scarso successo. Questa è una delle opere in cui il regista ha avuto piena libertà creativa, e nonostante sottostimasse sempre il suo operato, per la prima volta dirà di sentirsi “soddisfatto”.

 

Cani arrabbiati

Leggendo il racconto breve di Ellery Queen “L’uomo e il bambino (Kidnapped)“, Bava rimase molto colpito dal finale. Questa storia ispirerà la trama di “Cani Arrabbiati“:iIl film sarà girato nel 1974, ma a pochi giorni dalla fine delle riprese la casa di produzione fallisce, di conseguenza tutto il materiale girato viene messo sotto sequestro. La pellicola rimarrà un oggetto nascosto per oltre 20 anni, fino a quando Lea Lander, una delle interpreti, si riappropria dei diritti portando Cani Arrabbiati finalmente alla luce. Esistono varie versioni, ognuna con qualche differenza sopratutto nel finale.

Cani Arrabbiati” è un titolo atipico nella filmografia di Bava, girato con uno stile asciutto, in cui la violenza è psicologica invece che fisica. Questa pellicola riprende il discorso iniziato con “Reazione a catena” sulla crudeltà e il cinismo dell’essere umano, risultando un thriller/noir di altissimo livello. Gran parte del film è girata all’interno di un’automobile, situazione in cui Bava dimostra tutta la sua bravura, in un crescendo di tensione fino al fantastico finale. 

La caratterizzazione dei personaggi e i loro dialoghi anticipano di una ventina d’anni le atmosfere pulp de Le Iene; lo stesso Tarantino ha citato Cani Arrabbiati come uno dei suoi film preferiti.

 

Mario Bava è forse l’esempio più alto di un cinema artigianale andato ormai perduto. Un artista che merita un posto tra i registi più influenti di sempre. L’opera baviana gode di grande popolarità all’estero, mentre in Italia risulta ancora poco conosciuta. 

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