70 anni di Jackie Chan: la sua carriera in 10 film fondamentali

Difficile a dirsi, guardandolo ancora oggi saltellare e dimenarsi come un grillo, ma Jackie Chan ha da poco compiuto la bellezza di 70 anni. Molti stuntmen alla sua età sono già in pensione da un pezzo, ma lui continua imperterrito a fare intrattenimento ad alti livelli, anche se con meno foga e ruoli un po’ meno spericolati. Guardando indietro agli oltre 50 anni di carriera e alla vastissima filmografia, ho voluto tracciare una percorso per individuare i traguardi più importanti raggiunti da questa leggenda del cinema.

Questa non è una classica top 10 – per quanto molti dei titoli in elenco coincidano senza dubbio coi suoi lavori migliori – ma piuttosto un panoramica in ordine cronologico sulle opere più significative di Jackie Chan. Quelle fondamentali per la sua maturazione tanto come attore e artista, quanto come figura chiave di un movimento che avrebbe rivoluzionato l’intera industria cinematografica, a Hong Kong e non solo.

 

Jackie training

 

Non aspettatevi di trovare in elenco film come Rush Hour o Pallottole cinesi. Per quanto godibili e divertenti, non sono paragonabili alle sue pellicole honkongesi, più rappresentative del suo cinema. Se conoscete, o avete scoperto Jackie principalmente nei film hollywoodiani, questa lista è una guida perfetta per introdurvi al suo periodo d’oro.

Sono escluse dal novero anche pellicole in cui ricopriva ruoli minori o faceva solo lo stuntman. Ve ne sono diverse molto valide, se non addirittura seminali (come I 3 dell’Operazione Drago), ma la lista si focalizza sui film in cui è stato protagonista o co-protagonista.
Infine, laddove possibile segnalerò dove poter visionare i titoli, se disponibili in streaming, o quali edizioni home video acquistare per averli in italiano, ma anticipo fin da ora che l’attuale disponibilità è scarsissima in entrambi i casi, e per di più dovrete accontentarvi di versioni accorciate per il mercato occidentale.

Drunken master (1978)

Drunken master

 

Il 1978 è l’anno cruciale, il punto 0 di Jackie Chan così come lo conosciamo oggi. In quella sola annata escono ben 7 film ai quali aveva preso parte, e 4 di questi – di cui è protagonista – introducono l’elemento comico che diventerà ingrediente principale di tutte le sue pellicole più famose. Dovendo pescare un titolo chiave, la scelta ricade inevitabilmente sul cult Drunken master, in cui Jackie interpreta un’icona della tradizione popolare cinese, Wong Fei-hung (artista marziale realmente esistito, rappresentato in oltre 100 film a Hong Kong).

Fei-hung è un giovane studente di kung fu, talentuoso ma frivolo e indisciplinato, che dopo l’ennesima bravata viene spedito dal padre a istruirsi presso uno dei maestri più severi e temuti. Tra i due si instaura un tira e molla che condurrà il protagonista a scappare e scontrarsi con il feroce cattivo della storia; sconfitto malamente il giovane torna con la coda tra le gambe dal sifu e accetta di imparare al meglio le sue tecniche di combattimento, tra cui lo stile segreto degli “otto immortali ubriachi”.

Il titolo originale cantonese del film significa appunto “pugno dell’ubriaco” e si riferisce alla peculiare tecnica di drunken boxing con cui il lottatore sferra mosse imprevedibili, imitando i movimenti di una persona in evidente stato di ebbrezza. Quest’arte marziale, suddivisa appunto in 8 figure diverse, dà l’occasione a Jackie di costruire e rifinire minuziosamente la sua maschera comica. Fino ad allora, l’attore era stato incastrato spesso in ruoli stereotipati che tenevano a freno la sua esuberanza e l’incontenibile presenza scenica (<<Mi costringevano sempre nel ruolo dell’eroe, ma non ho il fisico per interpretare gli eroi. Preferisco essere quello che riceve le botte piuttosto che quello che le dà>>.)

 

Drunken master training

 

 

Con il supporto del regista Yuen Woo-ping – coreografo fuoriclasse che aveva esordito dietro la cinepresa proprio con Il serpente all’ombra dell’aquila, film precedente di entrambi, e di fatto prototipo di Druken master – Jackie Chan perfeziona la sua formula e si emancipa una volta per tutte dalla pesante ombra di Bruce Lee (eredità che i produttori hongkongesi tentarono di appioppargli forzatamente, alla disperata ricerca di un nuovo “Piccolo Drago”) creando il suo primo capolavoro.

Facendo leva sulla mimica facciale e corporea, inscena non solo coreografie di straordinaria inventiva, ma anche continue gag di stampo slapstick rendendo i suoi personaggi dei simpatici scalmanati che prendono botte da orbi e cercano di levarsi dai guai con l’agilità. L’ammirazione di Jackie per il funambolismo di Buster Keaton, illustre predecessore nel campo degli stunt, e la volontà di portare sullo schermo un maggiore realismo in termini di fisicità lo pongono in netto contrasto col cinema classico di kung fu e il genere wu xia pian, in cui si faceva largo uso di cavi nelle scene d’azione e di lotta.

Forte di questo approccio l’attore mette tutto se stesso nell’azione, che in Drunken master culmina con un incredibile finale: in una serratissima sequenza di 10 minuti Wong Fei-hung comincia a mettere in pratica una dopo l’altra tutte le 8 figure dell’ubriaco, in un crescendo che lascia lo spettatore impressionato e frastornato allo stesso tempo, di fronte alle movenze assurde e all’agilità circense di Jackie (con tanto di borraccia di alcol per “ricaricarsi” come Braccio di Ferro farebbe con una lattina di spinaci).

 

Drunken master fight

 

Il successo di Druken master consacra così il sottogenere “kung fu comedy”, lanciato in sordina pochi anni prima da altri registi, e trasforma Jackie Chan in un volto di spicco del panorama di Hong Kong. È nata la leggenda.

 

 

Il film è attualmente a noleggio su Prime Video.

 

The fearless hyena (1979)

 

The fearless hyena

 

The fearless hyena – “L’intrepida iena”, tradotto dal titolo internazionale – è un’opera molto simile a quelle che Jackie Chan aveva girato fino a quel momento (film in costume incentrati sullo studio del kung fu e sui duelli tra lottatori rivali) e anche se qualitativamente non eguaglia i fasti di Drunken master, rappresenta comunque una svolta decisiva. Dopo anni di gavetta come stuntman, action director, coreografo e coordinatore di stunt, la neo-star approfitta della fama guadagnata per esordire come regista.

Questa esperienza lo porta ad acquisire ulteriori competenze tecniche, ma soprattutto a rendersi conto dello stacco che si sta formando tra il suo modo di concepire il cinema e quello di diversi conterranei con cui aveva lavorato. Potendo dirigere se stesso, Jackie esercita maggiore controllo sulle coreografie, su come riprenderle, sul ritmo da imprimere alla narrazione: inizia a tirare fuori idee a profusione, ribaltando come un calzino gli stilemi del cosiddetto gong fu pian (il termine che identifica il cinema di kung fu, e i film su combattimenti a mani nude), che dopo il ciclone Bruce Lee si stava ormai appiattendo da anni.

 

 

fearless

 

 

In The fearless hyena (distribuito in Italia un paio di anni dopo col titolo idiota Jacky Chan la mano che uccide) il protagonista (Ching Hing-lung) è il nipote perdigiorno di un grande maestro di kung fu, ma anziché seguire con costanza gli insegnamenti del nonno cerca sempre modi per fare soldi facili, tra cui fingersi maestro a sua volta raggirando una scuola di arti marziali. La storia avanza tra burle e travestimenti – altro futuro marchio di fabbrica – fino a che un evento drammatico spinge Hing-lung a portare a termine il suo addestramento e affrontare dei temibili assassini.

Jackie si mantiene aderente alla tradizione giusto il tempo di far scorrere i titoli di testa, presentando i pericolosi villain, dopodiché attenua la violenza più cruda e innesta nella trama un sentito registro umoristico. Avendo trovato la sua verve ma dovendola ancora padroneggiare a dovere, l’attore-regista preme a fondo sull’acceleratore del demenziale, ma a controbilanciare ci sono le sempre freschissime coreografie orchestrate con ingegno, tra cui le stupefacenti sessioni di allenamento e resistenza fisica a cui Hing-lung si sottopone.

 

 

 

 

Project A (1983)

 

Jackie and Sammo

 

Un altro traguardo importante arriva nel 1983, perché è l’anno di un film che per la prima volta vede i “Tre Draghi” insieme come protagonisti. In Project A (sottotitolo italiano: Operazione Pirati) Jackie Chan divide lo schermo con i suoi due collaboratori e amici storici, Sammo Hung e Yuen Biao: il legame che li unisce, fin da quando da bambini frequentavano la Scuola dell’Opera di Pechino, è tale che tra di loro si considerano fratelli; tutti e tre si sono fatti le ossa negli anni ’70 lavorando a svariati progetti cinematografici e affinando le loro doti atletiche e l’occhio per l’azione.

In diverse occasioni avevano preso parte a uno stesso film, ma spesso dietro le quinte, coordinando o dirigendo le scene action, o comunque recitando piccole parti o eseguendo stunt. Nell’83 Sammo Hung aveva già dato al pubblico un antipasto dei Tre Draghi con la commedia Winners and sinners, diretta e interpretata da lui e con Jackie e Yuen in due parti minori. Quando poco dopo anche Jackie tornò alla regia, decise di affidare ai colleghi gli altri due ruoli principali per un film di avventura; da segnalare anche il fatto che per questo progetto il Jackie Chan Stunt Team, fondato qualche anno prima, diventa un’organizzazione ufficiale.

 

 

Project A

 

 

Project A è ambientato nella Hong Kong del XIX secolo, presa d’assalto da continue razzie piratesche. Per contrastare le scorribande criminali, il sergente della marina Dragon Ma (Jackie) è costretto a fare gioco di squadra col ladruncolo Fei (Sammo) e l’ispettore di polizia Tin-tsu (Yuen). Questo canovaccio, reinterpretato e declinato in contesti differenti, sarà la base delle successive reunion dei tre attori, che di volta in volta alzeranno la posta escogitando incontri-scontri sempre più divertenti e spettacolari.

Quest’opera comunque rappresenta già uno dei picchi della loro carriera, in particolare per Jackie alle prese con una ricostruzione storica notevole. Il regista mostra i muscoli, figurativamente e letteralmente, realizzando un colorito e pirotecnico film di pirati che si ispira al cinema d’avventura hollywoodiano degli anni ’30, ma al quale dona il suo personalissimo e acrobatico tocco; anche troppo, dato che in questa occasione avviene uno dei suoi primi incidenti gravi, in cui rimane tramortito per una caduta di 20 metri da una torre (al terzo tentativo dopo due ciak già buoni!).

L’umorismo ormai calibrato e sempre a segno, gli spericolati inseguimenti e l’azione a ritmi folli costituiscono il mix micidiale di una delle pellicole più belle del cinema honkongese anni ’80. Volete un assaggio? Gustatevi la spassosissima rissa che avviene dopo soli 9 minuti dall’inizio, e se non vi basta trovate il film qui o nel catalogo di Prime Video:

 

 

Wheels on meals (1984)

 

Wheels on meals

 

Il contributo che i Tre Draghi hanno dato all’industria di Hong Kong è a dir poco inestimabile, soprattutto in quella che è oggi considerata l’epoca d’oro del cinema hongkongese, dall’inizio degli anni ’80 a metà anni ’90. In quel periodo Jackie, Sammo e Yuen sono stati tra i pionieri di un enorme rinnovamento, migliorando esponenzialmente il livello delle produzioni (spronando così una competitività che ha rinvigorito l’intero settore) e creando una factory che ha portato nuova linfa e nuove maestranze in campo.

Wheels on meals (Il mistero del conte Lobos in Italia) da questo punto di vista rappresenta forse il film simbolo del trio, di certo il più amato dal pubblico. Dopo la galvanizzante esperienza di Project A, Jackie e i suoi compari si erano divertiti così tanto da voler replicare subito, così appena un anno dopo Sammo riunisce la brigata e i tre si recano in Spagna per girare una spensierata commedia action tra le strade di Barcellona.

 

 

David e Thomas in Wheels on meals
Da sinistra, Yuen Biao (David), Lola Forner (Sylvia) e Jackie Chan (Thomas)

 

I due cugini David e Thomas (Yuen e Jackie) sbarcano il lunario gestendo un food truck – termine che dà il titolo al film in cantonese – mentre Moby (Sammo) è un investigatore privato alle prime armi. I cugini praticano quotidianamente kung fu, e quando si imbattono in una gang di biker danno sfoggio di tutta la loro bravura. Nello stesso giorno incontrano anche la fascinosa borseggiatrice Sylvia, che li ammalia senza troppi problemi e si fa ospitare a casa loro, per poi fuggire il mattino dopo coi loro risparmi; quando Moby scopre che il primo caso a cui sta lavorando è collegato alla donna, un nobile locale che sta la sta cercando manda i suoi sgherri sulle tracce dei tre.

Wheels on meals è famoso per diversi motivi. Uno dei principali è inevitabilmente la spettacolarità delle sequenze d’azione, frutto della direzione di Sammo che sfrutta al massimo non solo la strabiliante fisicità di Jackie e Yuen, ma anche le location a disposizione: a differenza di quanto stava accadendo a Hong Kong, dove ormai la fama degli attori e la pericolosità degli stunt rendeva spesso impossibile filmare in esterni scene complesse, le autorità spagnole hanno dato ampio margine alla troupe per ideare ed eseguire coreografie e inseguimenti spericolati.

 

 

Jackie vs Benny
Jackie Chan e Benny Urquidez nell’iconico combattimento finale

 

Un’altra ragione è che la pellicola è stata tra le ispirazioni per lo sviluppo di Kung-fu Master, uno dei primi videogiochi di genere beat ‘em up a scorrimento, filone che avrebbe spopolato nelle sale arcade negli anni seguenti. I combattimenti messi in scena dai tre attori sono ancora una volta una gioia per gli occhi, e raggiungono l’apice con quello che è considerato all’unanimità uno dei migliori duelli corpo a corpo della storia del cinema: Jackie Chan affronta uno dei cattivi interpretato dal campione di kickboxing Benny Urquidez; la lotta adrenalinica e senza esclusione di colpi, con i due atleti al picco della loro forma, è diventata presto un cult a sé stante.

 

Il film è disponibile in italiano solamente in dvd, oppure in streaming su Prime Video col titolo “Cena a sorpresa”

 

 

Heart of dragon (1985)

 

Heart of dragon

 

Anche se spesso messo in ombra da altre pellicole, Heart of dragon (La prima missione) è un film significativo per la carriera di Jackie. L’attore negli anni ’70 aveva interpretato ruoli più seri, ma non aveva mai fatto un film drammatico vero e proprio. Sammo Hung aveva in mente questo progetto su un poliziotto che deve occuparsi di un fratello affetto da disabilità intellettiva, e per questo ruolo delicato decise di coinvolgere il suo “fratello” nella vita vera.

La produzione era riluttante nei riguardi del film, voleva che Sammo aggiungesse più azione, e che il suo personaggio Dodo (il fratello disabile) avesse delle scene di lotta. Il regista-attore si impuntò, per lui il cuore della storia era il rapporto tra i due fratelli, e Dodo non poteva essere mostrato come una persona fisicamente prestante, a causa delle sue condizioni. Sammo riuscì a spuntarla e Heart of dragon fu girato con pochissime sequenze action.

 

Tat e Dodo
I due fratelli Tat e Dodo nel film

 

Per i due interpreti questa era l’occasione di dare risalto alle prove attoriali, piuttosto che a quelle fisiche. Il personaggio del poliziotto Tat in questo senso è uno dei più complessi e sfaccettati che Jackie abbia interpretato, lontano dalla sua comfort zone e quasi in bilico da un punto di vista morale: la difficoltà di conciliare la sua vita privata e il lavoro con le esigenze di Dodo pone Tat in situazioni delicate e frustranti, specialmente con la sua fidanzata; più di una volta si trova in imbarazzo quando gli tocca rimediare ai guai causati dal fratello, e finisce col metterlo in disparte per dare priorità ai suoi interessi.

La prima parte della trama è imbastita su questo legame delicato tra i due, ma nel momento in cui le cose si complicano – quando Dodo viene rapito da dei gangster per un ricatto – l’amore fraterno ha la meglio e non guarda più in faccia nessuno. Tat decide quindi di guidare l’assalto dei poliziotti al cantiere dove i criminali tengono in ostaggio il fratello indifeso.

Come detto prima, Heart of dragon è un film atipico per Jackie, ma è un curioso sguardo su un lato della star che fino a quel momento era stato poco esplorato. Anche se azione e commedia rimarranno i due pilastri della sua filmografia, l’attore avrebbe saggiato altri ruoli drammatici dopo questo primo esperimento riuscito (che potete acquistare qui o visionare su Prime Video).

 

 

Police Story (1985)

 

Police story

 

Il 1985 è l’anno dei grandi cambiamenti. Dopo il suo primo film drammatico, Jackie aveva anche riprovato a farsi strada a Hollywood. Il risultato di questo ennesimo tentativo, il poliziesco The protector, fu un altro buco nell’acqua; un montaggio alternativo del film, curato da Jackie stesso una volta tornato in patria, servì a ben poco.

La delusione per quel progetto insoddisfacente si rivelò un’epifania decisiva, perché a quel punto l’attore decise di fare il suo poliziesco, scrivendo il copione, girandolo, coordinando tutti gli stunt e cantando persino il brano principale della colonna sonora. Il progetto in questione finì per essere una delle più importanti pellicole prodotte a Hong Kong e uno dei migliori action-movie di sempre: Police Story è il film manifesto di Jackie Chan, l’opera che decreta una volta per tutte la fine del cinema hongkongese classico – che lui e i suoi colleghi stavano già smantellando da alcuni anni – e scrive le nuove regole del gioco.

 

Police Story 1985

 

Il sergente Chan Ka-kui della Royal Hong Kong Police Force è sulle tracce di un grosso trafficante di droga, e dopo una rocambolesca imboscata riesce finalmente a catturarlo. Questo però è solo l’inizio di un’escalation di inganni e attentati che coinvolgerà l’ignaro poliziotto. Jackie rivoluziona tutto, a partire dall’ambientazione per la prima volta moderna in un film da lui diretto, ma soprattutto alza esponenzialmente il tiro per quanto riguarda la messa in scena dell’azione.

Fin dai primi minuti, ci si rende conto della portata e delle ambizioni: la maxi-sequenza iniziale con le forze di polizia che assaltano una baraccopoli è quasi assurda per la sfrontatezza e l’esecuzione magistrale, tanto che una volta terminata ci si chiede come farà il film a risalire dopo un inizio tanto sfrenato. Ed è qui che Jackie sale in cattedra e confeziona in 100 minuti una commedia d’azione instancabile, scandita dall’alternarsi di perfetti tempi comici e scene dall’alto tasso adrenalinico.

 

Police story bus chase

 

Il lato comico fa leva su tutto il repertorio dell’attore, che si destreggia con maestria tra slapstick, siparietti ed equivoci (il testimone chiave che Ka-kui deve proteggere è un’attraente segretaria, per la gioia della sua fidanzata May), gag fisiche (in una scena dopo essere uscito dalla sua utilitaria col freno a mano rotto, Ka-kui parla con May mentre trattiene letteralmente la macchina col suo peso lungo una discesa!). L’interazione con le due attrici Maggie Cheung e Brigitte Lin, che più di una volta si mettono in gioco anche durante gli stunt, è eccezionale.

Si aggiungono ovviamente tutte le mazzate che il poliziotto si becca, con le quali Jackie manovra le reazioni dello spettatore in maniera sopraffina. Gli stunt e le scene di combattimento, coordinati a pieno regime dal regista e dal suo stunt team, diventano un parco giochi per sperimentare duelli sempre più incalzanti e vorticosi (il kung fu scenografico ma molto sincopato del gong fu pian classico è ormai totalmente soppiantato) che intrattengano gli spettatori senza sfociare nella violenza estrema.

 

Police Story fight

 

Tutto questo su schermo si traduce in coreografie opportunamente arricchite da trovate e soluzioni anticonvenzionali, ma soprattutto eseguite a una velocità impressionante. Avete presente quando negli action hollywoodiani il protagonista è circondato ma poi lo attaccano sempre uno alla volta, come se gli avversari aspettassero il loro turno? In Police Story questo non succede praticamente mai. Jackie è sempre uno contro tutti, contemporaneamente, e la cinepresa immortala scene di una bellezza cinetica mai vista prima.

È nato un nuovo cinema a Hong Kong, e Jackie Chan ne è diventato la bandiera.

 

Il film è stato recentemente restaurato in 4K, ma come per alcuni dei film precedenti, purtroppo questo restauro non è mai arrivato in Italia; con le vecchie edizioni dvd fuori catalogo chi lo vuole guardare doppiato deve accontentarsi di Prime Video.

 

 

Dragons Forever (1988)

 

Dragons forever

 

Dopo aver girato i due sequel di Police Story e Project A, e aver sfruttato il filone in voga di Indiana Jones con Armour of God, Jackie si rimette al servizio dei Tre Draghi per quello che sarà il loro ultimo film corale. Dragons Forever (scandalosamente inedito in Italia, assieme a diversi altri) è il punto più alto raggiunto da Jackie, Sammo e Yuen. Un irripetibile concentrato di humor, spettacolo e romanticismo che ha alzato ulteriormente l’asticella di ciò che il trio era in grado di fare all’apice della sua bravura.

Una delle caratteristiche peculiari del cinema honkongese di quegli anni era la commistione di vari generi senza soluzione di continuità. Elementi che generalmente avrebbero fatto a pugni tra loro in qualsiasi produzione occidentale in queste opere lavoravano all’unisono, così poteva capitare che in uno stesso film convivessero momenti comici e improvvisi scatti di violenza, situazioni sentimentali o melodrammatiche e sparatorie mozzafiato. Sammo, a differenza di Jackie, era sempre propenso a provare diverse contaminazioni e infatti aveva già sperimentato con l’horror (Encounter of the spooky kind), la commedia e la parodia (Winners and sinners, Enter the fat dragon), il dramma (il sopracitato Heart of dragon).

 

the three dragons
Sammo Hung, Jackie Chan e Yuen Biao in una scena del film

 

Quando girò Dragons Forever fece un’ulteriore fusione, prendendo la base di un legal drama e innestandoci dentro commedia, azione al cardiopalma e una love story. In tutto questo riuscì a dare il giusto spazio a ognuno dei tre personaggi, molto lontani dal loro standard: Jackie interpreta un furbo avvocato sempre in cerca di donne che difende gli interessi di una sospettosa azienda chimica; Sammo è un trafficante di armi, che si offre di aiutare l’amico avvocato seducendo la più strenua oppositrice dell’azienda. Yuen è infine la scheggia impazzita, un intelligente ma bizzarro criminale che a richiesta si intrufola nelle abitazioni per installare cimici e spiare.

Per l’occasione gli stunt team di Sammo e Jackie collaborano e mettono in piedi sequenze da antologia – come il combattimento sul panfilo, o il tutti contro tutti finale – ma rispetto ai film di Jackie in solitaria, Sammo tende a centellinare l’azione dando risalto anche alle altre componenti. La storia d’amore tra il suo personaggio e quello di Deannie Yip (la proprietaria del porto che l’azienda chimica vuole espropriare) gli dà modo di giocare con gli stilemi della commedia romantica.

 

I tre draghi
I Tre Draghi

 

Allo stesso modo dirige con occhio sapiente le sequenze in cui divide lo schermo con Jackie e Yuen, mettendo le loro abilità al servizio della storia. Come in Wheels on meals le dinamiche tra i tre protagonisti sono il piatto forte e ogni volta che interagiscono le risate sono assicurate. Le gag sono state paragonate non a caso a quelle dei Three Stooges, per il tempismo perfetto e il ritmo con cui si susseguono: memorabile in tal senso tutta la parte in cui Jackie invita a cena la cugina della titolare del porto, e mentre ci prova con lei deve tenere a bada gli altri due che nel frattempo si sono intrufolati in casa.

Anche se Dragons forever non è pienamente votato all’azione, quando il film giunge al culmine e si profila uno showdown tra buoni e cattivi, i tre protagonisti sfoderano le armi pesanti e non ce n’è per nessuno: lo scontro ambientato dentro la fabbrica chimica diventa una maestosa roulette di kung fu, calci rotanti, capriole, cadute e vetri spaccati. Jackie fa il suo solito, ma è Yuan Biao a brillare con continue acrobazie degne di un ginnasta olimpionico (Sammo lo ha utilizzato spesso come protagonista e sapeva come valorizzarlo a dovere). Senza dei validi cattivi però il divertimento sarebbe dimezzato, così il regista tira fuori altri due assi dalla manica.

 

Villains
Guarda un po’ chi si rivede: Yuen Wah e Benny Urquidez

 

Il primo è un volto noto di Hong Kong, Yuen Wah, che oltre a essere un ottimo lottatore è stato anche controfigura di Bruce Lee in diverse occasioni. Wah interpreta il boss che sfrutta l’azienda chimica per i suoi affari illeciti, ed è impossibile non amarlo mentre sbuffa a profusione col sigaro in bocca e sferra calci a tradimento quando i buoni sono distratti; il secondo è nientepopodimeno che Benny Urquidez, che torna ad affrontare Jackie in un’ideale rivincita dopo Wheels on meals. Inutile dire che anche questo duello ha fatto storia e ha suggellato una pellicola magnifica, figlia di un’epoca in cui i Tre Draghi non avevano rivali.

 

 

Miracles (1989)

 

Miracles

 

Per dieci anni Jackie Chan aveva portato il cinema d’azione a livelli stratosferici, ma c’era anche chi si chiedeva se dietro questa costante rincorsa agli stunt più spericolati non ci fosse nient’altro. In risposta a queste critiche l’attore si rimette dietro la cinepresa e gira il suo film più ambizioso, Miracles. Distribuita da noi come The Canton godfather, questa pellicola in costume è stata in effetti uno sforzo produttivo imponente (per mettere le cose in prospettiva, il budget era quadruplicato rispetto a quello di un Police Story), per via della cura maniacale riposta nell’aspetto formale ed estetico.

Dopo aver pagato il suo tributo ai fuoriclasse del cinema muto, Jackie guarda a Frank Capra e in particolare a Pocket full of miracles (Angeli con la pistola, remake a sua volta di Signora per un giorno sempre di Capra) per realizzare questa gustosa commedia ambientata nel mondo della malavita hongkongese degli anni ’30. L’attore si dirige nel ruolo di Kuo Cheng-Wah, campagnolo che arriva nella grande città con pochi soldi e tanti sogni, e che viene subito raggirato perdendo i suoi risparmi; l’incontro casuale con un vecchio gangster morente lo trasforma nel nuovo boss di una potente gang, ma quando agli affari illeciti Kuo preferisce la gestione di un night club legale molti non lo vedono di buon occhio.

 

Jack e Anita
Jackie Chan e Anita Mui nel film

 

Se finora nei film di Jackie le inquadrature ricercate erano funzionali a enfatizzare il movimento dei corpi nelle scene action, in Miracles tutto il contorno riceve lo stesso trattamento. Sontuosi movimenti di macchina esaltano le splendide scenografie, con il direttore della fotografia spronato dal regista a fare ampio utilizzo di dolly e steadycam. Alcune di queste inquadrature costruiscono brevi, ma elaborati piani sequenza che ci guidano dentro il locale di Kuo, in particolar modo quando si esibisce la co-protagonista, la cantante Yang Luming interpretata dalla divina Anita Mui.

La svolta “chic” non fa faville al botteghino come altri film precedenti, ma Jackie è comunque orgoglioso della pellicola, che ad oggi considera la sua preferita. Ha dimostrato di non essere solo un action-man, e ha reso omaggio a un cinema di cui è sempre stato grande estimatore; peraltro anche qui non mancano alcune scene d’azione, ogni scusa è buona per infilare anche solo un paio di scazzottate, proprio come succede nella filmografia di una celebre coppia italiana che Jackie ammira molto.

Miracles è in definitiva uno sguardo interessante al lato più artistico, se vogliamo, di Jackie Chan, e di sicuro un traguardo importante per la sua crescita come uomo di cinema.

 

 

Police Story III: Supercop (1992)

 

Police Story 3

 

Come si realizza un sequel del più grande film d’azione di sempre? A Hollywood una domanda del genere farebbe grattare il capo a svariati registi, ma per i prodigi di Hong Kong questo è pane quotidiano. Jackie Chan aveva già girato Police Story II, ma seppure godibilissimo sembrava troppo un “more of the same”. Per farne un altro bisognava rinfrescare la ricetta: così il terzo Police Story esce dai confini honkongesi, e soprattutto diventa un buddy cop movie.

In Police Story III: Supercop ritroviamo “Kevin” Chan Ka-kui ormai diventato uomo immagine delle forze di polizia, al punto che i suoi superiori decidono di spedirlo in Cina a collaborare con l’Interpol su un grosso caso di narcotraffico. Qui conosce l’ispettore “Jessica” Yang Chien-hua, che lo istruisce su un’operazione di infiltrazione: i due faranno squadra sotto copertura per far evadere “Pantera”, braccio destro del signore della droga, e arrivare ai vertici dell’organizzazione criminale.

Un altro grande contributo dell’industria cinematografica honkongese sono loro, le donne spaccaculi. È stato creato persino tutto un filone (girls with guns) che negli anni ’80 ha lanciato vere e proprie eroine “badass” come Cynthia Khan, Cynthia Rothrock, Moon Lee, Joyce Godenzi, e diverse altre. La più conosciuta a livello mondiale oggi è senza dubbio Michelle Yeoh, ma in Occidente l’hanno scoperta principalmente come Bond-girl o più di recente come mamma che viaggia nei multiversi. Prima di tutto questo Michelle si era già laureata in spaccaculismo avanzato con Supercop.

 

Michelle e Jackie
Michelle Yeoh e Jackie Chan nella sequenza finale di Supercop

 

L’intuizione vincente fu di cambiare le dinamiche tipiche del cinema di Jackie: affiancargli una co-protagonista che per la prima volta tenesse il suo passo, anziché essere relegata a un ruolo più passivo. La Yeoh aveva esordito al cinema pochi anni prima con brevi apparizioni in due film di Sammo Hung, ma bastarono i tre ruoli successivi a dimostrare che poteva giocare alla pari con i colleghi maschili; il carisma e la prestanza fisica erano già evidenti nel primo di questi, Yes, Madam! (1985), un thriller tostissimo in cui lei e Cynthia Rothrock menano e sparano come se non ci fosse un domani.

Per questo terzo capitolo Jackie lascia la regia all’allora novellino Stanely Tong, che pur con la diretta supervisione dell’attore riesce a imprimere il giusto ritmo alla storia. Supercop porta i due poliziotti in Thailandia, in Malaysia e poi di nuovo a Hong Kong, il respiro internazionale dà alla pellicola quel tono da avventura su larga scala che i primi due non avevano.

Dividere la scena con una presenza ingombrante come Jackie era tutt’altro che facile, ma Michelle seppe farsi valere e l’affiatamento funzionò alla grande. Le trovate sparse in tutto il film per costruire l’azione e allo stesso tempo creare siparietti tra i due sono uno spasso, esemplificato da scene come questa:

 

 

E l’azione? Che ve lo dico a fare, molte delle sequenze mostrate nel film farebbero sudare freddo il più navigato dei cascatori professionisti. In questo cinema quello che si realizzava era frutto di mesi di preparazione e prove dedicati solo agli stunt, approccio impensabile per le produzioni occidentali che hanno sempre destinato il grosso delle risorse ad altri reparti.

Mentre a Hollywood gli action-movie li fanno fare agli stuntmen, a Hong Kong molti attori avevano la formazione necessaria per fare anche il lavoro sporco (e alcuni che non l’avevano imparavano sul set!). Jackie e Michelle erano entrambi in prima linea e hanno realizzato di persona tutte le sequenze più ardite – vedere le scene dopo i titoli di coda per credere.

Police Story III: Supercop è uno dei film più esplosivi e divertenti degli anni ‘90, forse persino superiore all’originale. Incredibilmente neanche questo basterà ad aprire le porte di Hollywood a Jackie, nonostante un considerevole successo negli States. Finalmente però il pubblico internazionale vede in azione questo piccoletto indiavolato, che sul set fa cose fuori di testa che nessun altro è in grado di fare.

 

Il film è visionabile nella versione internazionale (parzialmente censurata e accorciata di 4 minuti) in streaming su Prime Video.

 

 

Terremoto nel Bronx (1995)

 

Terremoto nel Bronx

 

Ci sono voluti quasi vent’anni, ma alla fine Jackie Chan è riuscito a conquistare anche l’America. Quando esce Terremoto nel Bronx il pubblico è ormai pronto per essere travolto in pieno dalla nuova mania per le arti marziali. Dopo un’annata trionfale in patria, come migliore incasso di sempre a Hong Kong e in Cina, il film approda negli Stati Uniti nel ’96 e per l’attore diventa il maggiore incasso sul suolo americano (con tutto che la versione internazionale era stata accorciata di ben 17 minuti).

Il film è ambientato a New York, anche se le riprese si svolgono a Vancouver. Torna Stanley Tong come regista e Jackie richiama Anita Mui nel cast; a loro si aggiunge la new entry Françoise Yip, giovane attrice canadese di origini cinesi. Jackie interpreta Ma Hon Keung, poliziotto che si reca negli Stati Uniti per le nozze di suo zio e scopre che il supermercato gestito da quest’ultimo è continuamente preso di mira da bande di teppisti; mentre lo zio negozia con la giovane imprenditrice Elaine (Anita Mui) che intende rilevare l’attività, Keung affronta le gang ma finisce invischiato in un traffico illegale di diamanti assieme a Nancy (Françoise Yip), compagna di uno dei teppisti con cui si è scontrato.

 

 

Anita Mui e Jackie Chan
Anita Mui e Jackie Chan sul set

 

Terremoto nel Bronx è uno strano ibrido. Non è propriamente un classico film a là Jackie Chan, per quanto siano presenti alcuni dei suoi capisaldi, e non sembra neanche un’opera realizzata per il target del pubblico occidentale (nella versione integrale si calca anche un po’ la mano sul melodramma, con la bella Nancy soggiogata dalla vita di strada per aiutare il fratellino paraplegico). Eppure quando viene presentato al Sundance Film Festival – non certo un posto dove si celebra il cinema d’intrattenimento – il pubblico è in visibilio.

Stavolta gli spettatori ne vogliono ancora, e i produttori americani si smuovono. Tempo due anni e viene messo in cantiere Rush Hour, primo film made in USA con Jackie protagonista dai tempi di The protector; curiosamente la formula del buddy movie che non aveva funzionato nell’85 adesso diventa un altro cavallo di battaglia, replicato successivamente con Shangai noon (Pallottole cinesi) e altri suoi progetti più recenti.

 

Rumble in the Bronx

 

Il film è disponibile in italiano su Prime Video, con il montaggio internazionale.

 

 

La stella di Jackie Chan brilla più che mai, ma come abbiamo avuto modo di vedere era sempre stata lassù, siamo noi che ce ne siamo accorti con qualche decennio di ritardo. A 70 anni la star di Hong Kong non ha ancora nessuna voglia di smettere, e anche se è passato un bel po’ di tempo dagli ultimi suoi film realmente validi, neanche noi siamo pronti a lasciarlo andare in pensione.

 

 

 

Fonti citate:

Il cinema di Hong Kong – Spade, kung fu pistole, fantasmi di Giona Nazzaro e Andrea Tagliacozzo