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5 motivi per cui il digitale non può battere il supporto fisico

Dischi e carta stampata sono ancora l'opzione migliore?

Il dibattito è in corso ormai da anni e per alcuni è già arrivato al termine. I numeri crescenti lasciano pochi dubbi, la strada verso una digitalizzazione totale dei contenuti multimediali sembra spianata. La scomparsa dei prodotti analogici e dei supporti fisici non è più una questione di “se”, ma di “quando”. Eppure c’è ancora chi si domanda “Può il supporto fisico resistere contro il digitale?”

Io dico che non solo ci sono gli estremi per rispondere positivamente, ma anche che ha più senso chiedersi “Perché il digitale non può battere il supporto fisico?”

 

Ne resterà soltanto uno?

Il sottoscritto non è contrario all’innovazione tecnologica, tutt’altro. In questo campo la nostalgia è spesso una palla al piede. Pertanto questa diatriba non verte propriamente sulla contrapposizione analogico/digitale, quanto sul confronto virtuale/fisico.

A parere di chi scrive il digitale è una risorsa incredibile soprattutto per come ha innovato i supporti e gli strumenti di fruizione delle opere creative, siano esse visive, musicali, grafiche. Pensiamo a tutti i problemi, le scomodità e le inaccuratezze legate alle vecchie proiezioni cinematografiche, alle musicassette e videocassette, ai precedenti processi di colorazione e stampa. Tutta acqua passata, dopo l’arrivo dei nuovi proiettori digitali, dei compact disc, dei dvd e i blu-ray, dei software e tool digitali, ecc.

Il problema è guardare a questa rivoluzione in senso univoco. Pensare che debba diventare tutto volatile, immateriale, inconsistente. Che l’ampliamento di server, archivi e piattaforme digitali debba sostituire indistintamente tutto ciò che è venuto prima. Eliminare tutte le alternative – anche se migliori, come vedremo – in nome della comodità si può considerare una reale evoluzione? Soprattutto, è giusto privarci della possibilità di scelta?

Ecco perché è imprescindibile considerare gli aspetti qualitativi e “morali” della questione, oltre che quelli pratici ed economici. Certo, un discorso del genere nell’era in cui la gente usufruisce di tutto e di più dal proprio smartphone, gratis o a prezzi stracciati, suona come purismo spicciolo. Ma qualcuno deve pur farlo, e allora mi affido a ciò che noi esseri senzienti utilizziamo quotidianamente per ricevere ed elaborare informazioni, i nostri sensi.

 

1) La vista

I nostri occhi sono spesso lo strumento di discernimento più immediato. Talvolta possono ingannare, e nel caso dei contenuti prettamente visivi questo crea non poca confusione. Oggi guardiamo sempre più film e serie tv tramite streaming e file digitali, principalmente per due motivi: perché è più comodo e perché la qualità è migliore. Correzione, crediamo che la qualità sia migliore.

I servizi di streaming e l’acquisto digitale di film dipendono da server e database online. Se c’è di mezzo internet la soluzione per garantire efficienza è una sola: comprimere. Per venire incontro a tutti, i file video sono compressi rispetto al formato originale, in questo modo si scaricano più velocemente se acquistati e si possono vedere in streaming anche se non si dispone di una connessione veloce.

A furia di comprimere e ridurre la qualità video ne fa le spese, perché le magagne prima o poi vengono fuori. Riporterò qualche dato tecnico per dovere di cronaca, ma se vi chiedete che cosa produce in concreto il divario numerico eccovi delle testimonianze visive:

 

Macroblocking
Gli effetti di uno streaming pessimo

 

I difetti mostrati qui sopra sono i più comuni dovuti alla compressione (il color banding, ovvero una rappresentazione imprecisa della banda cromatica, e il macroblocking, cioè il cosiddetto “spixellamento”), per non parlare di tutti i dettagli che vanno a farsi benedire. Anche se non si ha una tv HD o 4K da 40 pollici in su – che comunque ormai è presente in molte case – queste imperfezioni sono facilmente visibili a distanze ravvicinate.

Ora, secondo i dati ufficiali di iTunes (tra gli store più gettonati) il download in HD di un film di 2 ore in media può pesare tra 3 e 4,5 GB; se ci spostiamo sull’UltraHD diversi store digitali ancora neanche li vendono, ma difficilmente supererebbero i 10 GB. Riguardo allo streaming, su piattaforme come Netflix, Prime Video, Hulu e lo stesso iTunes la velocità di trasmissione (bitrate) spesso non supera la soglia dei 15 Mbps (megabit per secondo) per un film a risoluzione UltraHD; e la cifra si dimezza in qualità HD, senza contare la velocità della propria connessione domestica o l’abbonamento sottoscritto, che possono incidere. Mentre leggete questi numeri vi invito a pensare alle condizioni in cui si trovano ancora le reti internet di molte città e paesi, italiani e non.

A parità di durata, un blu-ray (HD) può contenere i dati di un film fino a 50 GB, mentre i blu-ray 4K (UltraHD) arrivano anche al doppio. Il bitrate è variabile ma generalmente la riproduzione dei blu-ray viaggia sui 25 Mbps, mentre un disco 4K arriva anche sopra i 70 Mbps. Morale della favola? Se persino il blu-ray, che è un formato superato, distacca le versioni digitali di “nuova” generazione, possiamo concludere che i vostri film o le vostre serie preferite su supporto fisico non mostreranno certi obbrobri visivi.

 

2) L’udito

Da una parte ammetto di non aver mai realmente creduto all’insuperabilità del vinile. Riconosco anche che molti di noi senza internet e i cari vecchi mp3 avrebbero avuto maggiore difficoltà ad ampliare i propri orizzonti musicali. Eppure non posso fare a meno di notare che, al netto di una sempre maggiore qualità digitale, concretamente la maggioranza degli ascoltatori usufruisce di prodotti di qualità inferiore.

La circolazione dei supporti fisici nella pratica aveva imposto degli standard, vinili e CD tra di loro non hanno qualità variabile tranne piccole eccezioni. Al contrario la diffusione incontrollata degli mp3 di fatto ha abbassato molto la qualità media: chi “rippava” i brani da un CD spesso non badava ai dettagli tecnici, l’importante era riversare subito in rete tutto l’album; i requisiti fondamentali sono diventati immediatezza e quantità, avere intere discografie a disposizione, e in poco tempo.

Ritorniamo quindi al punto di partenza, anche sull’audio la compressione si traduce in una perdita di sfumature e dinamica. La ricchezza sonora che un brano dovrebbe avere, a maggior ragione se registrato digitalmente, viene così sacrificata o compromessa. Volete sapere il bitrate degli mp3 che circolavano di più in rete? 128 Kbps (kilobit per secondo); si trovavano anche a 192 e 320, ma scaricarli richiedeva più tempo (la fibra era ancora un’utopia). Se utilizzate Spotify gratis ascoltate musica a 160 Kbps, che diventano “approssimativamente 320” se pagate l’abbonamento Premium, qualità che l’azienda considera “molto alta”. Dimenticavo, queste cifre valgono principalmente se ascoltate dalla versione desktop. Il bitrate di un brano su CD? 1411 Kbps, più del quadruplo.

 

Se ricordi questa schermata sei già vecchio

 

Ormai avrete intuito dove voglio andare a parare, e se anche in questo caso vi state chiedendo quanto un orecchio comune e poco esperto avvertirebbe la differenza, lascio che siano i fatti a parlare: un test audio “al buio” effettuato dalla redazione di AFdigitale su un campione variegato di spettatori casuali; l’ascolto riguardava tracce audio di film – in streaming e su disco – ma criteri e risultati sono equiparabili.

Per correttezza va detto che le piattaforme musicali si stanno gradualmente dotando di tracce “HD” (lossless, in gergo tecnico), e gli mp3 ora sono stati superati da formato non compressi come il FLAC. A patto però di pagare di più o scaricare file più pesanti.

 

3) L’olfatto

 

Lo sentite anche da qui l’odore, dite la verità

 

Il profumo della carta non si batte, quante volte l’avremo sentito. A quanto pare non è solo un modo di dire, ma una vera peculiarità nella composizione della carta, come ha spiegato qualche anno fa un chimico inglese. Tuttavia è vero che gli appassionati della lettura sono stati sempre affascinati dall’odore dei libri e dell’inchiostro. Quel piacere, quasi feticistico, di sfogliare le pagine ingiallite di un vecchio volume rilegato, magari rimasto conservato chissà quanto in una libreria di famiglia.

Mi rendo conto che in questo specifico caso le disparate comodità di leggere su kindle o tablet sono quasi inattaccabili: centinaia di libri a portata di touch, la possibilità di ingrandire il testo o modificare i caratteri, attenuare colore e luminosità dello sfondo, navigazione e segnalibri istantanei…  nonostante ciò il legame tra un lettore e i suoi volumi va oltre una specifica qualità intrinseca.

Non solo, quando dietro un libro, un romanzo illustrato, un fumetto vi è anche una cura editoriale certosina, quel valore aumenta esponenzialmente. Come si replica l’effetto vintage delle tavole di una graphic novel stampata appositamente su carta opaca? O viceversa la brillantezza di determinati colori pensati per risaltare su carta lucida? E chi ci assicura che siano state digitalizzate tutte le versioni o le traduzioni di uno stesso libro?

Forse non saranno i libri a dare man forte alla causa dei supporti fisici. Però potete stare certi che le sensazioni che prova un lettore di fronte alla propria libreria, vasta o esigua che sia, non le potrà replicherà nessun dispositivo a cristalli liquidi.

 

4) Il tatto

 

Saranno queste le nostre collezioni e librerie del futuro?

 

Il fattore più determinante di tutti, quello in grado di fare la differenza e sovvertire i pronostici, è il tocco. Il possesso materiale, la consapevolezza che quel film, quell’album, quel videogioco è esattamente lì tra le nostre mani. Non in una chiavetta o in un codice generato da un database situato a Dublino o a San Francisco. Legalmente la proprietà non fa distinzioni, ma nei fatti sappiamo tutti che c’è qualcosa che manca in una copia digitale, anche se scegliamo di ignorarlo.

Siamo talmente abituati ad avere tutto a portata di un click, che non ci fermiamo a pensare concretamente a quando quella ricerca non restituirà il risultato sperato. E dire che i cataloghi streaming, sulla carta immensi, ci danno quotidianamente dei segnali: ci sono quei titoli che ci ripromettiamo di visionare prima o poi, ma a volte quando arriva il fatidico momento scopriamo che quel film o quel libro sono stati rimossi. Li reinseriranno? Chi lo sa, intanto l’occasione è sfumata e, cosa più importante, recuperarla non è in nostro potere.

Non siamo tutti collezionisti naturalmente, ma la maggior parte di noi ha acquistato e possiede delle storie, qualunque sia la forma o il medium attraverso cui le assaporiamo. Per quanto possa essere scarsa e povera l’edizione che abbiamo comprato, l’oggetto è fisicamente lì con noi, pronto a raccontarci quella storia in qualsiasi momento. Magari è costato più del corrispettivo digitale o di una quota mensile di Netflix, ma scartarlo dal cellophane e esplorarlo sul momento, o per tutto il resto della giornata ha fatto la differenza; sulla homepage della piattaforma o in una cartella del computer probabilmente sarebbe passato in secondo piano, uno tra i tanti e innumerevoli.

Una delle critiche maggiori a queste convinzioni romantiche è la longevità. Quanto dureranno questi supporti? La copia digitale dovrebbe aver bypassato questi problemi. O forse no: un domani spariranno o saranno introvabili i dispositivi per riprodurre i supporti di oggi, ma è altrettanto probabile che i formati digitali attuali possano risultare illegibili per i software del futuro; e se si può ovviare convertendo i file in formati diversi, altrettanto si può fare per i supporti (magari con procedimenti più macchinosi, ma si fa). Il punto fermo è che sul fisico saremo sempre e solo noi ad avere il controllo.

 

5) Bill e Bob

Poniamo uno scenario. Bill ha tutte le sue opere preferite acquistate in digitale o salvate in streaming, Bob invece colleziona tutto in copia fisica. Un bel giorno Bill vuole guardare i contenuti speciali di un film che adora, ma scopre che con la versione digitale non sono inclusi. Ci rimane male, ma poi si consola guardando l’episodio di una sitcom su Disney+; a metà puntata salta la connessione, e non c’è verso di tornare online. Bob intanto prende un blu-ray in camera sua, lo inserisce nel lettore e si guarda film e contenuti extra di fila.

Bill prova con i videogame, però si ricorda che il gioco che avrebbe voluto iniziare va scaricato dallo store. Poco male, può proseguire un gioco già in memoria: doccia fredda, impossibile avviare senza l’ultimo aggiornamento. Bob ha finito di guardare il film e gli è venuta voglia di giocare, accende la console e avvia uno dei suoi dischetti.

Meglio rilassarsi con un po’ di musica, pensa Bill, mentre dice ad Alexa di riprodurre Unplugged degli Alice In Chains. Alexa non risponde, e la voce di Layne Staley non arriva mai; sconsolato, Bill si getta sul divano e fissa il soffitto. Poi sente qualcosa di familiare: è la voce di Layne che intona le prime note di Nutshell! Ma non viene da Alexa…   Bill si affaccia dalla finestra e guarda verso il balcone di fronte. Il vicino Bob ha messo ancora una volta lo stereo a tutto volume.

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