Avete presente quando Google Maps impazzisce indicando strade fantasma, la rete scompare e l’unica bussola rimasta è l’ansia? Ecco: è più o meno così che inizia Raven Hotel, la raccolta di racconti horror, gotici e weird (opera di Chiara Catella e pubblicata da Delrai Edizioni) che trasforma un banale viaggio in macchina in un pellegrinaggio verso l’ignoto. Una deviazione forzata, una nebbia che inghiotte la strada, un cartello verde senza nome e all’improvviso vi ritrovate in un luogo che non esiste su nessuna mappa: Nemeton. Un paese dimenticato dal tempo, o forse inventato dai vostri incubi.
All’interno della cittadina, vi attende il Raven Hotel, un rifugio per anime inquiete. Quattordici racconti, quattordici chiavi per varcare la soglia di porte che sarebbe meglio non aprire, ma che aprirete comunque, perché la curiosità, si sa, è la maledizione di ogni lettore che ama perdersi tra le pagine.
Siete pronti a passare la notte al Raven Hotel? Preparatevi una tazza di tè caldo, spegnete le notifiche e lasciate che l’eco di voci lontane vi accompagni nella lettura, con tocchi viscerali alla Lovecraft e inquietanti alla Poe, tra la bruma del gotico e l’assurdo del weird.

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State viaggiando verso la vostra meta quando un avviso di strada interrotta vi costringe a deviare dal percorso stabilito. Un banco di nebbia fitta vi impedisce di leggere i cartelli che incrociate lungo la via, riuscite a malapena a distinguerne il colore, un verde pallido e indistinto. Dopo un tempo indefinito la strada, un concatenarsi di tornanti in salita, termina dinanzi al portale di ingresso a Nemeton, un misterioso paese non segnalato su nessuna mappa, cartacea o virtuale. Tentate di ripartire, ma l’auto si rifiuta di obbedire. Mentre la nebbia lascia spazio alla pioggia, in lontananza notate l’insegna al neon di un albergo.
Quattordici racconti in stile horror, weird e gotico vi accompagneranno durante la lunga notte che vi attende, otto strane finestre su altrettante epoche passate: riuscirete a passare indenni il vostro soggiorno al Raven Hotel?
Benvenuti a Nemeton: dove l’horror non è un genere, ma una destinazione
Non esiste nessun paese chiamato Nemeton in Italia, forse nemmeno nel mondo. E invece, miei cari lettori, Nemeton esiste, è reale. Ora vi svelerò la sua esatta posizione geografica, perché dovete sapere che il piccolo paesino sperduto, appollaiato come un corvo, […] avvinghiato in cima a una collina ecco, è Mottola. Esatto, Nemeton è l’anagramma di Mottola.
Vi vedo, che scuotete la testa in segno di dissenso. Lo so, so benissimo che non è l’anagramma reale, ma vi sfido a trovare delle differenze. Hem-hem Mottola è situata su una collina, il suo territorio è caratterizzato da gravine, villaggi e chiese rupestri che hanno contribuito a definirla la città delle grotte.

Ma non solo, le vie del centro storico sono lastricate con grosse pietre lisce e smussate e, in più proprio come Nemeton possiede, sul limitare nord della cittadina (nord – est nel caso specifico del mio paese) un edificio molto antico, non proprio una villa che aveva preso il posto di un bosco sacro il cui nome era stato perduto nel tempo ma un ex sanatorio degli anni ‘30.
Altro dettaglio, assolutamente non trascurabile, è la quantità di nebbia che attanaglia il paese. Foschia, nuvole, tempeste (ho iniziato la lettura di Raven Hotel con sottofondo un temporale pazzesco, capite bene come mi sono sentita realmente catapultata nella narrazione) praticamente Mottola è in mezzo all’aria, sospesa in aria. Chiara (ti sento mia concittadina, ormai) ti invito personalmente a visitare la città spettrale da te creata, ti prometto buon cibo, interessanti visite turistiche e gite nei luoghi più noti della Puglia a pochi passi dal paese.

Come faccio io le marchette neanche Stefania Nobile. Comune, Sindaco, fossi in te mi assumerei.
Letteratura, cinema e videogiochi: un ecosistema dell’orrore
La raccolta ha una struttura narrativa fluida e compatta: quattordici short stories, stand – alone, disposte lungo una linea temporale che attraversa le origini del paese fino ai giorni moderni, e ogni episodio procede come un ingranaggio nel meccanismo più ampio della città. Non si tratta di una somma casuale di storie, ma di un apparato narrativo progettato per far emergere la genesi e i segreti di Nemeton attraverso i secoli.
Il filo conduttore che unifica i racconti è la presenza delle Sante Gemelle. Presenze cangianti, a volte incarnate, altre solo evocate o percepite come eco, le Gemelle costituiscono il vero nucleo mitico della città, il doppio volto della fede e della maledizione, esse rimangono il punto di attrazione e di condanna che tiene insieme la cronostoria di Nemeton. La costruzione seriale è ben pensata perché il testo svela pezzi di mito e frammenti di verità, permettendo al lettore di ricomporre la storia di Nemeton come se stesse consultando documenti stratificati nel tempo.
L’impronta di Edgar Allan Poe attraversa l’intera raccolta; è percepibile nella struttura stessa dei racconti spesso concepiti come confessioni, deliri lucidi o sogni febbrili. Si avverte un amore profondo e rispettoso verso il maestro americano ma l’omaggio sebbene sia sentito, non è mai didascalico: la scrittura respira Poe, ma non lo imita.

Accanto a questa eredità ottocentesca, emerge una sensibilità più moderna, affine a Shirley Jackson. Come in L’incubo di Hill House o Abbiamo sempre vissuto nel castello, la tensione nasce dal non detto, da un’inquietudine domestica e sottile che corrode la realtà dall’interno.
Tecnicamente, la raccolta mostra una costruzione sapiente: ogni racconto ha un ritmo proprio, una precisa musicalità interna. Tuttavia, secondo il mio parere e gusto personale, in alcuni casi la mancanza di brivido o sorpresa nei finali attenua l’impatto complessivo. Parliamoci chiaro ci sono delle premesse e sviluppi interessanti, belle idee che non raggiungono il loro pieno sviluppo. È una scelta stilistica coerente con l’impostazione weird della raccolta, ma, e qui cito testualmente Lovecraft che nei suoi saggi dà una precisa connotazione al termine, proprio quell’aspetto weird viene a mancare:
“Deve essere presente una certa atmosfera di terrore che lascia senza fiato, inspiegabile, forze esterne e sconosciute; e ci deve essere un accenno, espresso con una serietà e portentosità che ne diventano il soggetto, di quella concezione più terribile del cervello umano: una sospensione o sconfitta maligna e particolare di quelle leggi fisse della Natura che sono la nostra unica salvaguardia contro gli assalti del caos e i demoni dello spazio non scandagliato.”

Se penso ai racconti di autori quali Kafka, E.T.A Hoffmann, Le Fanu, Tanith Lee o Burroughs, questi ultimi di stampo più moderno, riconosco e rivedo chiaramente in loro le parole usate da Lovecraft. Percepisco quella entità trascendentale, sento i brividi lungo la schiena, il senso di inquietudine e nodo alla gola dopo aver chiuso il libro. Mi sento emotivamente coinvolta, sento di dovermi guardare le spalle o di dovermi scrollare di dosso quella sensazione “piacevole” di disagio, cosa che qui mi è venuta a mancare. Da amante del genere, le alte aspettative generate da questa raccolta di racconti non risultano pienamente soddisfatte.
Detto ciò, alcune storie si distinguono come autentici fiori all’occhiello: costruite con precisione chirurgica, capaci di evocare l’orrore attraverso dettagli minimi, uno sguardo, un suono, un oggetto fuori posto. In queste, l’autrice raggiunge un giusto equilibrio tra introspezione e terrore (cito Interiora, Il morbo oscuro, La stanza umida, L’assedio, La nuova recluta, Il suono dei boschi). L’autrice opta per un tono sobrio e poco disturbante: evita elementi macabri e cruenti, tipici del genere cinematografico splatter non cerca il gore, ma un’estetica del disagio che lavora per sottrazione.

L’influenza di Bloodborne è più dichiarata e riconoscibile, soprattutto nell’immaginario urbano e decadente, nella fascinazione per l’orrore cosmico e nella tensione tra scienza e religione, corpo e abisso. L’autrice trasforma questo universo videoludico in una mitologia personale, in cui il concetto di città maledetta assume una valenza metafisica. Nemeton, come Yharnam, non è solo un luogo: è una mente collettiva, un labirinto di colpe e redenzioni.
Un invito a perdersi a Nemeton
Raven Hotel non è una raccolta che urla, ma che sussurra. Un testo ben scritto e scorrevole rende la lettura gradevole, anche se la narrazione si mantiene su binari prevedibili e non raggiunge momenti di particolare intensità. Alla fine ciò che resta non è il brivido, ma la voce dell’autrice: una voce che parla con rispetto e passione di un genere immortale.
Delrai Edizioni e Chiara Catella
Delrai Edizioni è una casa editrice italiana, nata nel 2016 per opera della autrice Malia DelRai, che si è specializzata nella pubblicazione di opere letterarie, saggi e artbook proponendosi di dare voce a scrittori emergenti, dando spazio a narrativa di qualità per grandi e piccini. Tra i generi troviamo il fantasy, thriller, romance, steampunk, distopico e storico.

Chiara Catella, nata a Roma nel 1983, ha unito arte, archeologia e scrittura in un percorso ricco di suggestioni. Laureata in Archeologia e Storia Orientale alla Sapienza, ha esplorato le mitologie di culture europee e asiatiche, nutrendo un immaginario denso di simboli e misteri. Dopo esperienze teatrali e corsi di sceneggiatura alla SRF, ha trovato nella scrittura la sua forma più autentica di espressione. Con Delrai Edizioni ha esordito con la raccolta Raven Hotel, vincitrice del premio La Chiave d’Argento 2025 (rassegna Marginalia), seguita dal romanzo horror Il Patto Oscuro.
Informazioni sul libro
Chiara Catella
Delrai Edizioni, 2024
Copertina flessibile con alette e segnalibri, 222 pp. – 16,50€
ISBN: 978-8855421331
La copia digitale del romanzo ci è stata gentilmente donata dalla casa editrice.